Il “Rinascimento” della ricerca oncologica nel ‘500: tra autopsie e prime stampe

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La grande diffusione della stampa, il “lasciapassare” della Chiesa sulla dissezione dei corpi e gli esami post mortem, l’abbandono definitivo delle teorie di Galeno portarono, nel ‘500, ad un “Rinascimento” della ricerca medica e della produzione scientifica

Rispetto a quanto accadesse in pieno Medioevo, nei secoli XV, XVI e XVII, diventò più accettabile per i medici sezionare i corpi a scopo autoptico. Insieme all’invenzione della stampa grazie all’opera di Johannes Guttenberg , questo contribuì al “Rinascimento” della ricerca e della divulgazione medico-scientifica. Ne giovò, dunque, anche la ricerca oncologica che riuscì a svincolarsi definitivamente dall’ipse dixit relativo alle teorie galeniane.

È con Paracelso [1], infatti, (1493 – 1541) che per la prima volta si assiste alla “disintegrazione” pubblica e con ampio consenso della teoria umorale di Galeno, dopo che questa era già stata rifiutata (con coraggio) da Mondeville, Chauliac e Arderne. Il medico-alchimista riteneva che i tumori maligni fossero prodotti non dall’accumulo della bile nera, ma da una sorta di sale: il “realgar“.  Benché l’applicazione sporadica di agenti chimici fu introdotta dagli egiziani e dai greci tanti secoli prima, il primo ad introdurre l’uso terapeutico sistematico di sostanze chimiche nei trattamenti oncologici fu proprio Paracelso. Effettuava trattamenti con mercurio, piombo, zolfo, ferro, zinco, rame, arsenico, iodio e potassio come rimedi interni, ma nei suoi scritti avvertiva che tutte le sostanze chimiche fossero potenzialmente “velenose”, per cui bisognava fare attenzione a dose e concentrazione della sostanza. Inoltre, nei suoi articoli (pubblicati in una raccolta postuma, De Grandibus, ad opera dei suoi allievi) descrisse il “cancro industriale”, ovvero il cancro del polmone nei minatori di minerali metallici e negli operai che fondevano il minerale.

Il primo caso clinico stampato di un tumore fu pubblicato nel 1507 in un opuscolo di 54 pagine, De Abditis, insieme ai protocolli autoptici di 19 casi non cancerosi. I casi furono compilati da Antonio Benivieni (1443-1502), medico e chirurgo praticante a Firenze e furono pubblicati postumi da suo fratello. Il paziente oncologico era un parente dello stesso Benivieni. In un’autopsia limitata all’incisione addominale, Benivieni trovò delle pieghe gastriche ispessite e nodulari e notò un forte indurimento dello stomaco che aveva causato un’ostruzione completa del piloro. La descrizione che venne fatta sull’opuscolo, espone una chiara rappresentazione di un carcinoma gastrico con ostruzione pilorica, sebbene Benivieni non lo avesse riconosciuto come tale.

Una pagina del De Abditis, 1507

Anche gli studi anatomici di Andrea Vesalio (1514-1564) avevano contribuito ad abbattere il dogma galenico dimostrando l’inesistenza della bile nera. Il filosofo René Descartes (Cartesio, 1596-1650) si unì alla smentita dell’ipse dixit sostituendo al potere patogenetico dell’umor nero quello della linfa, unica responsabile, secondo lui, della malattia tumorale.

Tra gli altri importanti medici di età rinascimentale bisogna ricordare l’anatomista Gabriele Falloppio (1523- 1562), secondo il quale lo “scirro” era la forma neoplastica più importante ed essa condivideva col cancro il ruolo di rappresentante della medesima affezione, vale a dire il carcinoma. Così come Paracelso, era solito trattare i tumori della cervice uterina con applicazione sistematica di pasta di arsenico. Fu autore di mirabili scoperte anatomiche, con contributi fondamentali in osteologia, miologia, splancnologia. Nei suoi numerosi studi anatomici descrisse la struttura esatta delle trombe uterine (chiamate perciò anche “tube di Falloppio”). Egli, inoltre, affermava: “quando il cancro è tranquillo sia tranquillo anche il medico”.

La contrapposizione ideologica tra medici e chirurghi continuò a manifestarsi anche in quegli anni.

I chirurghi degli eserciti che si prendevano cura dei soldati feriti sui campi di battaglia erano pienamente consapevoli dell’importanza di conoscere l’anatomia regionale. Tra una guerra e l’altra, adoperavano le loro competenze nel quotidiano, spingendo per la dissezione anatomica dei corpi dei criminali giustiziati. Al contrario, i medici – che guardavano dall’alto verso il basso i chirurghi – sollecitavano, ritenendo fosse più pregnante per l’avanzare della ricerca medica, l’esame post mortem dei pazienti deceduti per malattia.

Il chirurgo dell’esercito francese Ambroise Paré (1510-1590) non mostrava particolare interesse per tutto ciò che non fosse “ferita di guerra”, ma era un fervente sostenitore – in merito al trattamento oncologico – dell’ampia escissione di tumori superficiali, così come Teodorico e Guy de Chauliac qualche secolo prima. Operava il cancro al seno posizionando un foglio di piombo coperto di mercurio sul tumore, ma era contrario all’uso della compressione del seno, che, al contrario, era un trattamento altamente raccomandato dai medici ai suoi tempi. Paré riteneva che i tumori fossero molto più comuni e più pericolosi nelle donne che negli uomini. Considerava incurabile il cancro dell’utero e di altri organi situati in profondità, per i quali utilizzava solo trattamenti palliativi, purganti e diete ricche di frutti e brodi. Le sue opere raccolte, La Method, furono pubblicate a Parigi in un unico volume nel 1575.

Un contemporaneo di Paré, il medico parigino Jean Fernel (1497-1558) è riconosciuto per aver introdotto i termini “fisiologia” e “patologia”. Nel suo libro Morbis Universalibus, pubblicato nel 1555, dedicò un’ampia sezione ai tumori. Sentiva di essere in grado di differenziare carcinomi e sarcomi a occhio nudo perché i carcinomi erano solidi e irregolari e i sarcomi erano morbidi e carnosi. Tuttavia, avvertiva che la consistenza e la forma dei tumori potessero variare da organo a organo.

Il frontespizio del Morbis Universalibus in un’edizione del 1645

Quando l’esame post mortem dei pazienti deceduti venne  accettato come procedura di routine, la ricerca di cause nascoste di malattie e decessi iniziò a produrre sorprese e a fornire spiegazioni più complete in merito a segni e sintomatologia clinica. Un esempio è il caso dell’autopsia di Felix Platter (1526-1614), un medico di Basilea. Esaminando il cervello di un maschio adulto, Platter scoprì un tumore carnoso rotondo della dimensione di una mela nella parte centrale superiore del cervello. Chiaramente, la descrizione corrispondeva al ritratto di un meningioma.

Il ‘500 fu, dunque, un secolo molto prolifico anche per la produzione scientifica in campo oncologico. L’abbandono definitivo delle teorie di Galeno, il “lasciapassare” della Chiesa in merito a dissezioni ed esami post mortem e la diffusione della stampa come mezzo di rapida divulgazione delle informazioni contribuirono in maniera significativa a questa esplosione, che posi basi molto solide per le scoperte avvenute nei secoli successivi.

 [1] Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, latinizzato Paracelsus e noto come “Paracelso”.

In foto: La Città ideale di Urbino, autore sconosciuto.

FONTI:
1) Hajdu SI, Thun, MJ, Hannan, LM, Jemal, A, A note from history: landmarks in history of cancer, part 2, in Cancer, vol. 117, nº 5, marzo 2011, pp. 1097–102.
Link: https://acsjournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/cncr.25553;
2) Hajdu SI, 2000 years of chemotherapy of tumors, in Cancer, vol. 103, n°6, febbraio 2005; pp. 1097-1102. Link: https://acsjournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/cncr.20908


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