La sindrome da “burn-out” nei medici oncologi

Molti medici oncologi, a causa del carico emotivo e dello stress cui sono quotidianamente esposti durante lo svolgimento della propria difficile opera, sono a rischio di “burn-out”, una sindrome che può cagionare serie ripercussioni nella sfera lavorativa e in quella personale

Esaurimento emotivo, depersonalizzazione e mancata realizzazione professionale dovuti a uno stress lavorativo prolungato che può portare a una diminuita efficienza sul lavoro e dissidi tra colleghi, fino al rifiuto di condividere la sofferenza dei pazienti e dei loro familiari, con ripercussioni sulla propria vita personale e familiare”.

Questa è la definizione di “burn-out” (o burnout) elaborata negli anni Settanta del secolo scorso dalla psicologa americana Christina Maslach che ha ampliato un concetto precedentemente introdotto da Herbert J. Freudenberger per descrivere una condizione di stress psicologico “lavoro-correlata” riguardante gli operatori socio-sanitari e dovuta al contatto prolungato con pazienti sofferenti e in fin di vita.

Nel Maggio 2019, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto ufficialmente il burnout come “sindrome”, definendolo appunto “una sindrome concettualizzata come conseguenza di stress cronico sul posto di lavoro non gestito con successo”.

Secondo l’OMS, il burnout non è classificabile come malattia o condizione medica, ma trattasi di un problema associato alla professione, un fenomeno occupazionale derivante da un lavoro logorante sul piano psicofisico, una situazione di disagio che può comportare conseguenze anche gravi.

Per la prima volta, il burnout è stato inserito nella nuova (undicesima) versione della “International Classification of Diseases” (ICD-11) – l’elenco aggiornato dei disturbi medici che entrerà in vigore nel Gennaio 2022 – e, precisamente, nel capitolo dedicato ai “Fattori che influenzano lo stato di salute”.

Della sindrome da burnout sono stati individuati i seguenti sintomi: sensazione di esaurimento mentale o debolezza fisica, aumento della distanza mentale e dell’isolamento dal proprio lavoro (accompagnati da sentimenti di negatività e cinismo relativi al proprio ruolo) e ridotta efficacia professionale.

È stato inoltre specificato che il burnout va differenziato da altri disturbi o condizioni psicopatologiche (disturbo dell’adattamento, ansia o depressione), connotati da analoghe sintomatologie, di cui gli operatori sanitari potrebbero essere affetti.

Oggi, il burnout è considerato una condizione multidimensionale, nella quale fattori collegati al soggetto (personalità e motivazioni) interagiscono con le sue relazioni interpersonali e con gli aspetti organizzativi del luogo di lavoro.

Questa sindrome colpisce in particolar misura i medici oncologi (insieme agli infermieri, agli psicologi e ai terapisti della riabilitazione), in ragione soprattutto del carico emotivo cui sono esposti durante lo svolgimento della propria difficile opera.

L’incidenza e la frequenza del fenomeno varia nei diversi Paesi, a seconda della specialità oncologica, delle condizioni generali di lavoro e del vigente sistema sanitario.

Comunque, nell’interpretazione del fenomeno è opportuno tener nel dovuto conto la componente soggettiva e le caratteristiche individuali del medico singolarmente considerato che – nel confronto con il medesimo ambiente ospedaliero – possono determinare o meno l’insorgenza di una condizione personale di stress lavorativo.

Il medesimo contesto organizzativo può risultare stressante per un medico oppure – viceversa – coinvolgente e stimolante (nonché motivo di crescita professionale) per un altro specialista. Quindi, l’interazione del singolo operatore con la peculiarità dell’ambiente ospedaliero in cui è impegnato determina una risposta più o meno positiva in termini di adattamento.

Gli oncologi sono chiamati quotidianamente ad assumere decisioni alquanto complesse e delicate sulla vita o sulla morte dei pazienti, a prescrivere e monitorare trattamenti terapeutici potenzialmente tossici, a comunicare cattive notizie, a trascorrere lunghe ore in ospedale e a confrontarsi con tutta la sofferenza dei malati di cancro (e dei loro familiari).

L’enorme mole di lavoro e l’esigenza di continuo aggiornamento creano l’inevitabile sbilanciamento tra vita privata e vita professionale (a favore di quest’ultima).

Al gravoso carico emotivo si aggiungono frequenti disagi, dovuti alle aspettative sempre crescenti dei pazienti (e dei loro familiari), al rischio incombente di questioni medico-legali (che originano il fenomeno della “medicina difensiva”), alla difficile gestione delle limitate risorse a disposizione, agli ostacoli spesso frapposti dalla ottusa burocrazia (crescita dei documenti da compilare per aspetti regolatori su procedure e farmaci).

Dunque, non sorprende che molti oncologi siano a rischio di burnout, una condizione che – oltre all’esaurimento emotivo – può cagionare ripercussioni nella sfera personale (deterioramento della vita sociale, ansia, depressione, abuso di alcool o sostanze stupefacenti e, in alcuni casi estremi, suicidio) e in quella lavorativa (calo in termini di produttività ed efficienza delle prestazioni, assenteismo, riduzione del tempo dedicato ai pazienti, aumentata probabilità di prescrivere esami o procedure non necessarie), fino all’eventuale abbandono precoce della professione medica, con gravi conseguenze sulla qualità complessiva dell’assistenza erogata ai malati oncologici.

L’oncologia può risultare molto logorante e assorbire enormi energie psicofisiche, dal momento che il medico specialista è chiamato a confrontarsi quotidianamente con la condizione di ogni suo paziente, in costante bilico tra la vita e la morte.

Ad oggi, i dati attualmente disponibili sulla effettiva rilevanza del fenomeno risultano parziali, incompleti e non sempre omogenei; inoltre, sono pochi gli studi di settore in merito (sia in termini di incidenza che di possibili interventi di prevenzione e cura della problematica).

Tuttavia, in questa specifica e complessa area medica, la sindrome da burnout rappresenta un problema reale che – in quanto tale – deve necessariamente essere conosciuto e approfondito.

Del resto, l’oncologia – anche in virtù dei continui progressi scientifici e tecnologici – è una delle discipline mediche più stimolanti e gratificanti, per i miglioramenti che sempre più spesso apporta alla qualità della vita dei malati.

Pertanto, è di fondamentale importanza che – attraverso specifici programmi di assistenza – ogni oncologo sia aiutato a trovare le migliori condizioni per lo svolgimento della sua quotidiana missione.

Avv. Michele Ametrano

FONTI:

  • Herbert J. Freudenberger – “Staff burn-out” (1974)
  • Christina Maslach, Michael P. Leiter e Susan E. Jackson – “Maslach Burnout Inventory Manual” (1981)
  • Ferdinando Pellegrino – “La sindrome del Burn-Out” (2009)
  • Krithika Murali – “Burnout in oncologists is a serious issue: What can we do about it?” (2018)

EMERGENZA CORONAVIRUS

In merito all’emergenza coronavirus, la Fondazione Bartolo Longo III Millennio ha disposto un presidio informativo e di supporto per i pazienti oncologici impegnati in cicli di chemioterapia.
Tutti i dettagli sono esposti nella sezione dedicata all’emergenza (CLICCA QUI).


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