Il dannoso vizio del fumo di tabacco: dalle antiche origini alle attuali sigarette

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Da elemento sacro e propiziatorio per comunicare con le divinità a grave rischio per la salute dell’uomo: come è nato e come si è evoluto il malsano vizio del fumo di tabacco

La sigaretta è il più mortale manufatto nella storia della civiltà umana”.

Con queste parole si è espresso Robert Neel Proctor, storico americano della scienza nonché testimone contro l’industria del tabacco, all’esito dei suoi studi sul lungo percorso dell’uomo verso tale dannosa invenzione che – nel Ventesimo secolo – ha provocato la morte di circa 100 milioni di persone.

In effetti, la pratica del fumo ha da sempre accompagnato la storia dell’umanità. Ne sono state rinvenute tracce risalenti all’età del bronzo, come testimoniato dal ritrovamento – in alcuni scavi – di pipe costituite di questo materiale.

La pratica del fumo nelle primissime civiltà

Agli albori delle civiltà umane, il fumo era considerato un importante elemento sacro e propiziatorio.

Alcuni bassorilievi degli antichi templi Maya raffigurano i sacerdoti mentre fumano con lunghe pipe in pietra per scopi religiosi e riti magici. Proprio a quel periodo, risalgono le primordiali sigarette, realizzate avvolgendo del tabacco tritato nelle foglie delle pannocchie.

Il vizio del tabagismo trasse origine dai feroci rituali meso-americani, che annoveravano pratiche come il sacrificio umano, lo scuoiamento e il cannibalismo.

Nel corso dei loro riti, i sacerdoti Maya e Aztechi aspiravano il fumo del tabacco e lo soffiavano in direzione del Sole e dei punti cardinali, al fine entrare in contatto con le loro divinità. Per il suo contenuto di sostanze ipnotiche e stimolanti, il tabacco era una delle piante maggiormente utilizzate in queste cerimonie.

Fra le popolazioni dei nativi americani, il tabacco veniva anche masticato e sniffato in polvere per gli usi più comuni, e con presunti poteri curativi.

Scoperta dell’America e narrazione della storia del fumo di tabacco

Una vera e propria narrazione della storia del fumo di tabacco ebbe il suo ufficiale inizio con la scoperta dell’America.

Poco dopo lo sbarco sull’isola di San Salvador, i marinai di Colombo osservarono numerosi Indios, uomini e donne, che mantenevano un bastoncello – fatto di foglie secche e arrotolate di cojiba o cohiva (nome indigeno della pianta di tabacco) – acceso a un’estremità; gli Indios ne aspiravano il fumo dall’opposta estremità.

A compiere la prima testuale descrizione del fumo del tabacco – nel Cinquecento, al tempo delle successive spedizioni – fu il domenicano spagnolo Bartolomé de Las Casas nella sua “Historia general de Las Indias” (preziosa fonte storica sulla prima colonizzazione americana e sulle vicende e tradizioni dei popoli conquistati), in cui veniva così descritta una consuetudine diffusa fra la popolazione nativa degli amerindi Taino, una popolazione precolombiana che abitava l’isola di Hispaniola: “Gli indiani mischiano il fiato con un’erba chiamata pentum (o tabago) e soffiano come dannati”.

Pochi anni dopo, Gonzalo Fernandez (o Hernandez) de Oviedo Y Valdes, cronista spagnolo e governatore di Santo Domingo, nella sua “Storia generale e naturale delle Indie” aggiungeva: “Fra le molte sataniche arti, gli indigeni ne posseggono una altamente nefasta, l’aspirazione del fumo delle foglie che essi chiamano tabacco, che produce in loro un profondo stato di incoscienza”.

Nel volgere di breve tempo, il tabacco fu introdotto in Europa e nell’arcipelago Filippino, quindi in Giappone e – da lì – in Cina, insieme a varie pratiche medicinali, legate alla credenza che esso costituisse una panacea per molti mali.

La coltivazione del tabacco si estese rapidamente al pari del suo uso, e questa sua progressiva e incontrollata diffusione finì col causare molti editti e leggi restrittive.

Le prime restrizioni al consumo del tabacco

Ai princìpi del Seicento, re Giacomo I di Inghilterra, primo grande personaggio della storia a individuare nel tabagismo un vizio pericoloso per la salute, scrisse contro i fumatori il libello “A counterblaste to tobacco” (Contestazione al tabacco), nel quale illustrò per la prima volta e con estrema dovizia i presunti danni che il tabacco poteva cagionare alla salute, pronunciando le seguenti parole avverso tale volgare vizio: “È un’abitudine abominevole per gli occhi, odiosa per il naso, dannosa per il cervello, pericolosa per i polmoni, dal maleodorante e nero fumo, più simile all’orrido fumo dello Stige (già da Omero, considerato uno dei fiumi infernali)”.

Il monarca inglese impose la prima campagna contro il fumo della storia, promulgando una legge con cui veniva proibito l’uso della pianta aromatica ed imponendo una pesantissima tassa sulla sua coltivazione.

Pochi anni dopo, papa Urbano VIII giunse a scomunicare ogni fumatore.

In altri Paesi – come Russia, Turchia e Persia – i sovrani provarono a contenere la diffusione del tabacco, mutilando e condannando a morte chiunque ne facesse uso.

In Cina – nel 1610 – fu vietata la coltivazione del tabacco, pena la decapitazione.

Tuttavia, nei secoli seguenti, in considerazione di interessi economici e commerciali troppo grandi per poter eliminare il tabacco e sradicarne il consumo, molti governi del mondo preferirono farne una sorgente di profitto, assicurandosene il monopolio.

Già nel corso del Settecento, fu ipotizzata la correlazione tra consumo di tabacco e cancro.

Fino all’Ottocento il tabacco veniva per lo più masticato o fumato in pipe e sigari, mentre la sigaretta era assai poco diffusa.

L’invenzione della sigaretta moderna

Quanto alla sigaretta, l’origine della relativa invenzione (nella sua versione moderna) si fa risalire tradizionalmente all’assedio – avvenuto nel 1832 – della città di San Giovanni d’Acri (importante porto situato sulla costa palestinese) ad opera dei soldati turco-ottomani i quali, per distrarsi durante i momenti di pausa del combattimento, presero ad inserire il tabacco nei cilindri di carta in cui veniva custodita la polvere da sparo, accendendoli per fumare.

Ma è inevitabile citare James Buchanan Duke, imprenditore americano che – sul finire dell’Ottocento – decise di investire nel progetto di un macchinario (inventato dal meccanico James Bonsack), in grado di produrre circa 120.000 sigarette al giorno, in luogo delle 200 quotidiane che ogni singolo lavoratore riusciva a realizzare artigianalmente.

Per riuscire a vendere la gran quantità di sigarette prodotte, Duke si impegnò ad incrementare il numero dei fumatori investendo in marketing e pubblicità; così, si dedicò alla sponsorizzazione di eventi sportivi, all’acquisto di spazi pubblicitari sui giornali e all’inclusione di figurine da collezione nei pacchetti di sigarette.

Nel 1890, Duke giunse a coprire il 40% dell’intero mercato americano di sigarette e prese ad espandersi in numerosi altri Stati (come la Cina); inoltre, riuscì ad ampliare il target di consumatori e a diffondere il fumo anche tra le donne, mediante la trasformazione della sigaretta in simbolo di emancipazione femminile.

Duke comprese che le sue sigarette avrebbero soppiantato le altre forme di consumo di tabacco, potendo infatti essere fumate in ristoranti e salotti, dove sigari e pipe erano proibiti. Del resto, la facilità di accensione le rendeva più pratiche e adatte alla vita moderna delle città.

Tra l’altro, le sigarette – in considerazione delle loro ridotte dimensioni – erano considerate più “salutari” rispetto a sigari e pipe, e molti medici le consigliavano addirittura contro raffreddore, tosse e tubercolosi.

Negli ultimi quindici anni dell’Ottocento, il numero dei fumatori negli Stati Uniti quadruplicò. In quel tempo, gli unici movimenti che si opponevano alla diffusione del fumo erano ispirati da motivazioni etiche, volte soprattutto a prevenire il consumo di sigarette da parte di donne e bambini.

Studi medico-scientifici su tossicità e cancerogenicità del fumo

Al principio del Novecento, furono avviati i primi studi medico-scientifici sulla tossicità del fumo che individuarono proprio nel vizio prolungato del fumo di tabacco – oltre che la causa di frequenti infiammazioni croniche a carico di faringe, laringe, trachea e bronchi – un fattore predisponente ai tumori delle vie respiratorie e alle malattie cardiovascolari.

Nel 1939, basandosi sulle proprie impressioni cliniche, il chirurgo americano Alton Ochsner condivise con Michael Ellis DeBakey l’intuizione (e la relativa convinzione) che l’incremento del carcinoma polmonare fosse dovuto in gran parte all’aumento del vizio del fumo, in particolare del fumo di sigaretta; ciò in quanto, allora come oggi, la sigaretta provoca maggiori problemi di salute (e dipendenza), dal momento che il fumo da essa prodotto – contrariamente al fumo generato da pipa e sigaro – viene solitamente inalato.

Tuttavia, in quel periodo non si disponeva ancora di una quantità di dati statistici sufficientemente rappresentativi del fenomeno.

Intanto, “Big Tobacco” – in modo tanto opportunistico quanto cinico – investiva ingenti capitali in strategie pubblicitarie indirizzate direttamente ai consumatori. Nel Gennaio del 1954, una prima campagna coinvolse ben 448 organi di stampa (compreso il “New York Times”), nei quali fu pubblicata un’inserzione a pagamento che rimarcava l’inattendibilità dei dati statistici e ribadiva la mancanza di unanimità sul ruolo del fumo nello sviluppo del tumore al polmone.

Tuttavia, nel medesimo anno, J. Clemmesen – Direttore del Registro Tumori in Danimarca (il primo in Europa, fondato nel 1943) – affermò che l’aumento del cancro tra la popolazione era dovuto alla dipendenza dal fumo di sigarette diffusasi nel corso della prima metà del secolo.

Nel 1957, il Medical Research Council del Regno Unito dichiarò in modo perentorio che l’insorgenza della maggior parte dei casi di cancro al polmone era associata all’uso del tabacco, assunto in particolare attraverso il consumo di sigarette e – secondo l’interpretazione più ragionevole – il tabacco era da ritenersi la causa diretta del cancro.

Nel 1959, il Surgeon General degli Stati Uniti, Leroy E. Burney – all’esito dell’esame dei dati a disposizione – dichiarò: “Il peso delle prove indica al momento il fumo come il principale fattore eziologico nell’aumentata incidenza di cancro ai polmoni”.

Seguirono affermazioni ancor più perentorie e dettagliate, da parte del Royal College of Physicians di Londra nel 1962 e del Comitato Consultivo del menzionato Surgeon General degli Stati Uniti nel 1964. Anche l’American Medical Association convenne sul fatto che il fumo di sigaretta costituisse un grave rischio per la salute.

Sempre nel 1964, a firma di Luther Terry (Chirurgo Generale degli Stati Uniti), arrivò il rapporto “Smoking and Health”, primo atto ufficiale da parte delle istituzioni sanitarie americane in cui veniva dichiarato che “il fumo di sigaretta causa il tumore al polmone”.

Nei successivi anni Ottanta, Charles Everett Koop (altro Chirurgo Generale degli Stati Uniti), firmò nuovi rapporti ufficiali evidenzianti la dipendenza generata dalla nicotina ed i chiari legami tra il fumo e i tumori di polmone, laringe, esofago, stomaco, vescica, pancreas e reni (in aggiunta ai danni provocati agli apparati cardiovascolare e respiratorio). Inoltre, egli pose in risalto l’enorme sproporzione tra gli investimenti pubblicitari delle industrie del tabacco e quelli per le campagne contro il fumo. Tale ultimo rilievo condusse all’adozione di una strategia molto economica e vantaggiosa, ossia quella di imporre ai produttori la dicitura su ogni pacchetto di sigarette di espressioni informative (tuttora presenti) sui rischi connessi al fumo. Questo segnò l’inizio del calo della percentuale di fumatori negli Stati Uniti e la fine della strategia negazionista a lungo alimentata dai produttori di sigarette.

Oggi, i libri di epidemiologia e di comunicazione riportano il percorso storico che ha condotto ad affermare con ragionevole certezza che il fumo di sigaretta costituisce una delle principali cause dello sviluppo del tumore, in particolare di quello al polmone. Tutti i relativi documenti sono raccolti nella “Legacy Tobacco Documents Library”, un archivio inaugurato e messo online nel 2002 dall’Università della California.

Per opporsi alla strategia dei produttori è stato necessario – a supporto della comunità internazionale medico-scientifica – anche l’intervento di politica e magistratura, ma tutto questo ad oggi non è ancora sufficiente, in considerazione della persistenza di un numero altissimo di fumatori nel mondo.

Attualmente, la diffusione delle sigarette a livello globale è in costante crescita. Infatti, al tendenziale declino del fumo nei Paesi ricchi, si contrappone il maggiore e continuo incremento della domanda di sigarette nei Paesi in via di sviluppo.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il tabagismo costituisce la seconda causa di morte al mondo dopo l’ipertensione, sebbene sia la più evitabile in assoluto. Tra i decessi provocati, circa un decimo sono rappresentati dalla vittime del fumo passivo, a parte i gravi danni cagionati alla salute dei feti.

Inoltre, la coltivazione del tabacco arreca danno all’ambiente, in quanto sottrae terreni alle foreste e alle colture alimentari. Delle relative politiche fanno le spese i Paesi del terzo mondo dove – come si è detto – il consumo del tabacco è sempre più diffuso.

La cause giudiziarie vinte contro “Big Tobacco” dimostrano che da sempre le aziende produttrici di sigarette sono ben consapevoli degli effetti cancerogeni dei loro prodotti che tuttora seguitano ad alimentare un malsano e insensato vizio, destinato a spegnere tantissime vite prima del dovuto.

Avv. Michele Ametrano

FONTI:

  • Bartolomé de Las Casas – “Historia de Las Indias” (1561)
  • King James I of England – “A counterblaste to tobacco” (1604)
  • Richard Doll e Bradford Hill – “Smoking and Carcinoma of the Lung” (1950)
  • Jordan Goodman – “Tobacco in History: The Cultures of Dependence” (1994)

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