Quando l’arte rivela un tumore

arte, tumore, scultura, dipinto, cancro, rinascimento, michelangelo,

Uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet Oncology rivela la presenza di tumori maligni attraverso l’osservazione di dipinti e sculture rinascimentali

Citando una definizione coniata dall’oncologo Rupert Allan Willis – accettata a livello internazionale dalla comunità scientifica – i tumori (o neoplasie) sono “masse di tessuto che crescono in eccesso ed in modo scoordinato rispetto ai tessuti normali, e che persistono in questo stato dopo la cessazione degli stimoli che hanno indotto il processo” [1]. Vien da sé che questa crescita incontrollata di un gruppo di cellule può riguardare qualsiasi tessuto del corpo umano e, dunque, qualsiasi organo, sistema o apparato.

Appare chiaro, dunque, che quando il tumore insiste su un tessuto più o meno superficiale, le malformazioni da esso provocate possono risultare visibili anche ad occhio nudo. E siccome il cancro – definito “la malattia del secolo” in modo assai fuorviante – è presente nella storia umana fin dalle origini di questa, anche in passato, quando ancora gli strumenti di diagnosi non erano affinati come quelli odierni, una malformazione causata da una neoplasia poteva essere identificabile da un osservatore attento.

A tal proposito, è stato prodotto un lavoro di ricerca a cui hanno lavorato vari dipartimenti (italiani e internazionali), portato avanti mediante un approccio multidisciplinare e transfrontaliero. Lo studio (Earliest evidence of malignant breast cancer in Renaissance paintings, letteralmente “Le prime evidenze di cancro al seno maligno nei dipinti del Rinascimento”) è stato pubblicato sulla rivista di oncologia The Lancet Oncology e porta la prima firma della Dott.ssa Raffaella Bianucci, Ricercatrice Senior dell’Università di Warwick. In esso vengono analizzate alcune rappresentazioni (volontarie o meno) del tumore al seno presenti in molte opere di artisti del Rinascimento.

Questo studio rientra nel campo della paleopatografia che è una branca della paleopatologia classica, la quale studia i resti umani (scheletri e mummie) e, sulla base delle lesioni riscontrate sia a livello osseo che a livello dei tessuti molli, formula ipotesi riguardanti l’eziologia di alcune malattie. La paleopatografia, nello specifico, adotta il medesimo approccio prendendo, però, ad oggetto rappresentazioni grafiche ritrovate in documenti, fonti letterarie o, come in questo caso, sculture e rappresentazioni pittoriche. A partire dall’analisi di queste fonti, dunque, la paleopatografia ha per scopo quello di ricostruire le manifestazioni cliniche – segni e sintomi – delle malattie che hanno colpito l’uomo nel corso dei secoli. Nel caso in oggetto, una corretta osservazione dei dipinti ha consentito ai ricercatori di evidenziare due fra i casi più antichi di rappresentazione pittorica di carcinoma mammario risalenti al Rinascimento: “La notte” (Galleria Colonna, Roma; Fig. 1) dipinta da Michele di Rodolfo del Ghirlandaio (1503–77) e “Allegoria della Fortezza” (Galleria dell’Accademia, Firenze; Fig. 2) raffigurata da Maso di San Friano (1531-1571).

La notte

“La notte” è un olio su pannello ed è la trasposizione pittorica dell’omonima statua scolpita in marmo (1526-1531, Chiesa di San Lorenzo in Firenze; Fig. 3 e copertina) da Michelangelo Buonarroti (1475-1564). Una prima proposta di diagnosi relativa ad un tumore nella mammella sinistra della statua di Michelangelo era stata precedentemente fatta sulla base del capezzolo scolpito in modo anormale. Tuttavia, grazie all’uso di diversi pigmenti nel dipinto, si possono apprezzare ulteriori dettagli nella figura femminile raffigurata, alcuni dei quali non sono visibili nella statua del Buonarroti, e quindi la rappresentazione del colore aiuta a rafforzare la diagnosi proposta. Il dipinto rivela la presenza di un grande rigonfiamento mediale al capezzolo, una regione irritata che circonda il complesso areola-capezzolo, una retrazione quasi completa del capezzolo e una riduzione consistente della dimensione dell’intero seno sinistro (Fig. 1, immagine ravvicinata). Al contrario, nella statua è possibile osservare solo un minimo grado di retrazione del capezzolo (Fig. 3, immagine ravvicinata). Il seno destro sembra essere normale in entrambe le rappresentazioni. Sulla base dei dettagli raffigurati nel dipinto, i ricercatori hanno proposto una diagnosi di neoplasia maligna nella regione centrale del seno sinistro con progressiva retrazione del capezzolo.

Fig. 1, La Notte, Michele di Rodolfo del Ghirlandaio, olio su pannello;
135 × 196 cm, 1555–65, Galleria Colonna, Roma.

Allegoria della Fortezza

Nel secondo caso, la figura femminile raffigurata nel’’“Allegoria della Fortezza” mostra un seno sinistro sovradimensionato con un grande rigonfiamento nel quadrante mediale inferiore, una marcata erosione della punta del capezzolo, vene dilatate e tumefazione generalizzata dell’areola e della pelle circostante rappresentata dal caratteristico peau d’orange [2] (Fig. 2). Sono visibili anche tre piccole ulcerazioni rotonde sotto la regione areola-capezzolo e due ulcerazioni più grandi sul lato mediale inferiore del seno (Fig. 2, immagine ravvicinata). Inoltre, il quadrante laterale superiore del seno sinistro e l’ascella sono oscurati, mostrando vene dilatate e tumefazione, il che potrebbe implicare che i linfonodi ascellari della modella fossero influenzati dalla presenza di un tumore. Queste caratteristiche sono coerenti con quelle di un carcinoma mammario ulcerato e necrotizzante e di un linfedema associato.

Fig. 2, Allegoria della Fortezza, Maso di San Friano, olio su pannello; 178 × 142·5 cm, 1560–62, Galleria dell’Accademia, Firenze.

A conclusione dell’articolo, i ricercatori dichiarano la supposizione che la rappresentazione del carcinoma mammario maligno nelle opere d’arte del primo e del tardo Rinascimento fosse intenzionale e che possa essere indice di una condizione patologica femminile comunemente osservata dell’epoca.

Fig. 3, La Notte, Michelangelo Buonarroti, statua scolpita in marmo; 1526–31, Sacrestia Nuova, Chiesa di San Lorenzo, Firenze.

Il Rinascimento e la rivoluzione della ricerca oncologica

Dopo i secoli trascorsi all’ombra dell’ipse dixit di origine ippocratica e galenica, il Rinascimento rappresentò un periodo rivoluzionario per la pratica medica e più specificatamente oncologica. Le università fiorirono in tutta Europa, le dissezioni iniziarono ad essere consentite e iniziò ad implementarsi nella ricerca il metodo scientifico. Proprio nella chirurgia del tumore al seno furono raggiunti grandi progressi. Mentre il famoso chirurgo Ambroise Paré (1510-1590) era conservatore nel trattamento del cancro avanzato, il suo allievo, Barthélémy Cabrol (1529–1603), primo chirurgo del re Enrico IV e professore all’Università di Montpellier, raccomandò la mastectomia [3], compresa la rimozione del muscolo pettorale e dei linfonodi ascellari che sembravano essere colpiti dalla malattia. Il suo approccio ha aperto la strada alla “futura” mastectomia radicale di Wiliam R Halsted (1852-1922).

Tuttavia, nonostante l’opportunità di ricorrere a tecniche chirurgiche pionieristiche, la mastectomia radicale non era comunemente praticata durante il Rinascimento. La mancanza di anestesia generale, l’assenza di tecniche asettiche, le complicazioni derivate dall’infezione della ferita, il dolore postoperatorio e il sanguinamento rappresentavano i principali ostacoli per i chirurghi. Soprattutto perché il seno era fortemente considerato come un simbolo di femminilità, fertilità e bellezza. Pertanto, la mastectomia era considerata una pratica disumana per gli standard di quegli anni e a prevalere, dunque, era una sorta di nichilismo terapeutico da parte dei chirurghi (antesignano, forse, dell’attuale obiezione di coscienza).

[1] Rupert Allan Willis è stato un patologo australiano, il quale coniò la definizione di neoplasia (citata nel testo) maggiormente accettata a livello internazionale. (Cit. in Robbins Basic Pathology, 8ª edizione, Saunders/Elsevier 2007, cap. 6).

[2] Peau d’orange (dal Francese “pelle a buccia d’arancia” o, letteralmente, “pelle d’arancia”) descrive una condizione anatomica che restituisce la pelle con un aspetto ruvido e una trama increspata che ricordano proprio la buccia dell’arancia.

[3] Per mastectomia (dal greco: mastòs, mammella ed ek tome, portare via da) si intende l’asportazione chirurgica della mammella, momento essenziale della terapia di gran parte dei tumori maligni che colpiscono quest’organo.

FONTE:

SCARICA L’ARTICOLO IN PDF:


LEGGI ANCHE: Il “Rinascimento” della ricerca oncologica nel ‘500: tra autopsie e prime stampe


Aiutaci ad assistere i malati oncologici. Ci impegniamo quotidianamente in questo compito, ma per farlo abbiamo bisogno anche del tuo sostegno:

SOSTIENI LA FONDAZIONE


Seguici sui nostri canali social:
Pagina Facebook
Pagina Instagram
Pagina Linkedin
Account Twitter
Canale YouTube
Profilo Pinterest

1 Comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...