La cura del cancro nel Medioevo: l’importanza della scuola bolognese

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Nel passaggio dall’alto al basso Medioevo ci fu una grande svolta in seno alla ricerca oncologica. Ruolo fondamentale lo ebbe l’Alma Mater Studiorum di Bologna che influenzò l’evoluzione medico-scientifica in tutta Europa

Durante i secoli caratterizzati dall’ipsedixismo galenico la classe medica brancolava quasi nel buio. Gli anni dell’Alto Medioevo furono caratterizzati soprattutto dal grande sviluppo che conobbe la medicina islamica, la quale, ponendo in principio le sue basi nelle conoscenze greche e romane, influenzò poi, a sua volta, la medicina europea di quegli anni.

Nel 1215, Papa Innocenzo III annunciò che la Chiesa aborriva gli spargimenti di sangue di qualsiasi natura e, dunque, proibiva le operazioni chirurgiche. Tuttavia, questo divieto non riuscì a frenare Teodorico de’ Borgognoni (1205-1296), vescovo e medico lucchese che successe a suo padre Ugo nella cattedra di Chirurgia dell’Università di Bologna. Sapeva che i tumori, in particolare quelli trascurati, riguardavano comunemente muscoli, vasi e nervi. Siccome considerava sconosciuta la reale estensione anatomica delle neoplasie, consigliava di eliminarli chirurgicamente, comprendendo nella rimozione anche una parte di tessuti sani adiacenti. Teodorico consigliava e promuoveva l’importanza di accurati esami fisici prima dell’intervento chirurgico.

Fu un grande sostenitore della necessità di trattare le ferite con metodi asettici – anticipando di circa settecento anni le intuizioni di Ignaz Philipp Semmelweis e le scoperte di Joseph Lister – ponendosi in antitesi rispetto ai principi propugnati dalla Scuola Medica Salernitana legati alla teoria di Galeno del pus bonum et laudabile [1]. Riprese anche l’uso della spongia somnifera (“spugna sonnifera, largamente usata nell’antica Roma), aggiungendovi qualche altra sostanza, oltre all’oppio e alle foglie di mandragora, e chiamandola confectio soporis.

In quegli anni nacque anche la scuola chirurgica francese,  fondata da Lanfranco da Milano (1252-1315), nativo, appunto, di Milano da dove fu costretto all’esilio per motivi politici. Praticava medicina e chirurgia a Parigi ed era un fervente oppositore della separazione tra medicina e chirurgia. Il fatto che provenisse dalla scuola bolognese, ritenuta all’epoca insuperabile, lo resero famoso in una città ove ancora la chirurgia era praticata da cerusici e ambulanti. Diede la prima descrizione esplicita di come differenziare i tumori benigni (in particolare del seno) dal cancro. Consigliava ai chirurghi di avere una profonda conoscenza riguardo la complessa impostazione anatomica dei vasi e dei nervi prima che questi si accingessero ad operare. Lanfranco riassunse i suoi pensieri sul cancro nei suoi due testi, Chirurgia Parva e Chirurgia Magna.

A dare la svolta agli studi oncologici nel medioevo fu Henri de Mondeville (1260-1320), medico e chirurgo francese, formatosi anch’egli all’Alma Mater Studiorum bolognese, allievo di Teodorico. Fu il primo a rifiutare pubblicamente le teorie di Galeno che, come accadde anche per le teorie di Ippocrate, a causa dell’ipse dixit rimasero incontestabili per 1000 anni. Semplificò la terminologia sottolineando che “scirro” e “carcinoma” avevano lo stesso significato ed entrambi erano definibili semplicemente come “cancro”. Divise i tumori in forme semplici e composte sulla base della storia delle precedenti lesioni. Introdusse anche la classificazione dei tumori tenendo conto delle dimensioni, del sito anatomico e del fatto che le neoplasie fossero superficiali o profonde.

Mondeville fu precursore anche in merito alle sostanze cancerogene e, dunque, alle influenze ambientali sull’insorgere della malattia neoplastica: avanzò, infatti, per la prima volta il concetto di “agenti cancerogeni esterni” e ipotizzò che questi entrassero nel corpo attraverso orifizi e ghiandole. Fu autore di un’opera monumentale, Chirurgie, che tuttavia non riuscì a completare a causa della morte precoce dovuta, probabilmente, a tubercolosi. All’interno del trattato scrisse che “nessun cancro guarisce a meno che lo si estirpi radicalmente; se ne resta anche una minima parte, la malignità si sviluppa anche dalla radice”.

Un estratto del Chirurgie di Henri de Mondeville.

Guy de Chauliac (1300-1368), chirurgo francese – ma formatosi anch’egli a Bologna – dedicò un capitolo del suo libro, Chirurgia Magna, alle malattie della pelle e ai tumori. Distinse le lesioni calde da quelle fredde: tra le tumefazioni calde vi erano pustole, ascessi e cancrene, mentre tra quelle fredde c’ erano tumori. Trattava – come Teodorico – i tumori operabili tramite l’ampia escissione, rimuovendo, dunque, la neoplasia e una parte di tessuti sani circostanti. I pazienti con escrescenze inoperabili venivano, invece, trattati con purganti e diete particolari. Fu grande utilizzatore dell’esercizio autoptico per approfondire le sue conoscenze anatomiche, ma fu anche un fervente studioso della medicina araba. Infatti, nel suo trattato Chirurgia Magna,Guy de Chauliac cita non meno di 200 volte il noto chirurgo arabo-spagnolo Abulcasis (Abū l-Qāsim Khalaf ibn) e la sua opera (al-Tasrīf li-man ʿajaza ʿan al-taʿlīf).

Le lesioni anorettali destarono l’interesse di John Arderne (1307-1390), che esercitava a Londra ed è ricordato come il primo proctologo, nonché come il primo (o il primo degno di nota) chirurgo inglese. Osservò che molte lesioni e molti tumori benigni anorettali potevano presentare sintomi identici, ma che la maggior parte dei tumori poteva essere rilevata con la punta del dito, tramite la quale si poteva scovare la presenza di indurimenti o masse polipoidali irregolari. Considerava sangue, muco e costrizione come i “punti cardinali” del cancro. Nonostante la sua vasta esperienza chirurgica con le lesioni anorettali raccomandava solo l’escissione locale per i tumori perché, come scrisse nel suo De Arte Phisicale et de Chirurgia, non aveva mai visto una persona guarire dal cancro del retto.

Il rifiuto della millenaria teoria umorale di Galeno da parte dei tre medici e chirurghi francesi coincise con la prima dissezione pubblica post mortem di due corpi umani, avvenuta nel 1315 a Bologna. Circa un secolo e mezzo dopo ci fu l’introduzione della stampa a caratteri mobili, avvenuta nel 1450 in Germania grazie all’opera di Johannes Guttenberg (1395-1468). Questi eventi furono le due tappe fondamentali  per passare dall’era oscura della medicina (caratterizzata dall’ipse dixit ippocratico e galenico) al Rinascimento delle arti e delle scienze (tra cui quella medica). Il primo libro di medicina fu stampato nel 1478 e conteneva gli scritti medici di Celso (25 a.C. – 50 d.C.), l’influente medico romano che rese il latino la lingua della medicina. Seguirono le stampe di numerosi testi di medicina, da quelli greci (in particolare le raccolte di scritti di Ippocrate) a quelli arabi (in particolare le opere di Avicenna e Abulcasis) passando per quelli romani (Celso e Galeno su tutti), e ciò diede una spinta significativa alle ricerche e le conseguenti scoperte degli anni successivi.

Il De Medicina di Celso, pubblicato nel 1478, il primo testo di medicina stampato a caratteri mobili.

[1] Galeno aveva notato che, nel caso delle ferite infette, la fuoruscita del pus (dal latino “marciume”) si accompagnava ad un rapido miglioramento delle condizioni locali e generali del paziente. Lo aveva definito quindi “bonum et laudabile” e, coerentemente con la sua teoria degli umori, lo aveva identificato con la materia peccans da eliminare: “ubi pus, ibi evacua”.

FONTI:
1) Hajdu SI, Thun, MJ, Hannan, LM, Jemal, A, A note from history: landmarks in history of cancer, part 1., in Cancer, vol. 117, nº 5, marzo 2011, pp. 1097–102.
Link: https://acsjournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/cncr.25553;
2) Thomas F. Glick, Steven Livesey, Faith Wallis, Medieval Science, Technology, and Medicine: An Encyclopedia (2005). Link: https://books.google.it/books?id=77y2AgAAQBAJ&pg=PA95#v=onepage&q&f=false.


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