“Al mio cancro non importa del coronavirus”

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La testimonianza di Richard Goggin, direttore artistico americano in cura per un cancro alla prostata, racconta delle complicazioni che hanno avuto i pazienti oncologici in terapia derivanti dai radicali cambiamenti imposti dal coronavirus

L’emergenza coronavirus ha imposto un radicale cambio di rotta alle abitudini di tutti. Ciò è particolarmente vero per coloro che all’interno della propria routine hanno un legame più o meno frequente con gli ambienti sanitari, in particolare gli ospedali. In quei casi, infatti, il concetto di normalità è stato completamente stravolto.

Questo cambiamento ha riguardato tutti in quei luoghi, senza distinzione di ruoli: medici, infermieri, ricercatori, operatori socio-sanitari, addetti alle pulizie, ma anche – dall’altro lato – pazienti e care givers.

A tal proposito, il New York Times ha recentemente pubblicato la testimonianza di Richard Goggin, direttore artistico di un’emittente televisiva americana, il quale – in cura per un cancro alla prostata presto il Johns Hopkins Hospital di Baltimora – ha voluto raccontare proprio questo cambio radicale, sia dal proprio punto di vista (quello del paziente) che da quello degli “addetti ai lavori” con cui si è trovato a confrontarsi nell’ultimo periodo.

Ho visto un nuovo livello di ansia ed eroismo – scrive – durante le mie solitarie visite terapeutiche. C’è un checkpoint mentre entri nel Kimmel Cancer Center del Johns Hopkins Hospital di Baltimora, dove sono in cura per il cancro alla prostata. I pazienti vengono rinchiusi in un’area recintata dal resto della hall del primo piano. Ti viene richiesto di mostrare il tesserino di identificazione come ‘paziente Hopkins’ e di dimostrare che hai un appuntamento”.

Ti vengono poste delle domande – continua –, domande che sono diventate la norma nella nuova normalità. ‘Hai avuto una tosse?’, oppure ‘Hai visitato New York o il New Jersey negli ultimi 14 giorni?’. Poi ti viene misurata la temperatura e ti viene dato un braccialetto di sicurezza da checkpoint. Infine, ti viene richiesto di non discostarsi dal percorso delineato sul pavimento che ti conduce in sicurezza verso il luogo dell’appuntamento. Ovviamente, sei invitato a non condividere l’ascensore, ma quest’ultima istruzione non è necessaria: nessuno vuole condividere un ascensore dell’ospedale in tempo di coronavirus”.

Goggin racconta anche dello stato in cui, invece, versano coloro che stanno dall’altra parte, quella della “ricezione” del paziente: “L’ansia degli infermieri che gestiscono questi ‘posti di blocco’ è spesso palpabile. Agghindata con maschera facciale, visiera integrale e abito protettivo completo, un’infermiera che mi stava controllando era così esasperata, che iniziò a piangere mentre chiedeva: ‘Hai problemi a respirare?’”.

Ci sono poi altre figure che, anche se in secondo piano e spesso ritenute addirittura di intralcio nell’ambito del confronto medico-paziente, non sono esenti da questi cambiamenti. Si tratta dei care givers, gli accompagnatori che giocano, di norma, un ruolo molto importante nell’accompagnare, appunto, il paziente ad affrontare la terapia. “Nel garage del Kimmel Center – scrive Goggin – si notano molte macchine con i loro conducenti ancora all’interno. Stanno semplicemente seduti lì, controllando i loro telefoni, probabilmente compilando parole crociate e risolvendo puzzle e Sudoku. A prima vista, questo sembra alquanto strano. Poi però ti rendi conto che questi sono i familiari o amici di coloro che stanno facendo la radioterapia o la chemioterapia. I visitatori non sono ammessi in ospedale in tempo di coronavirus”.

Quindi – sottolinea –, i pazienti si siedono da soli nella sala d’attesa. Si agitano in sedie di cuoio azzurro misurate a sei piedi di distanza (1,83 metri, ndr). Occhi spaventati che sbirciano sopra le mascherine, hanno l’aspetto di anime perdute. Conosco quello sguardo. L’ho visto su mio padre durante uno dei suoi ultimi soggiorni in ospedale anni fa. Dal suo letto, mi guardò e mi pregò: ‘Per favore, portami a casa’. Non potevo. Ma almeno ero lì con lui. I pazienti nella sala d’aspetto del Kimmel Center sono isolati, alcuni si sentono abbandonati. È comprensibile. Non tutte le terapie vengono garantite: in molti casi, alcuni trattamenti antitumorali sono ora considerati elettivi”.

A questo proposito, Goggin racconta un aneddoto che lo ha riguardato in prima persona: “Il mio urologo mi fece il primo giro di iniezioni relative alla terapia ormonale (deprivazione di androgeni) e il mio oncologo disse che avrebbe, poi,  gestito il secondo turno. Ma l’ordine generale di ‘stay-at-home’ (‘resta-a-casa’) ha gettato un po’ tutto nel caos e me in un limbo. ‘Non dovresti essere in ospedale in questo momento’, mi ha detto il mio urologo. ‘Pensi che il mio cancro lo sappia?’, ho risposto. Questa è la tua scelta in tempo di coronavirus. Esporti al rischio di contrarre il Covid-19 o non curare il cancro”.

Fu un’infermiera di nome Ann – continua – a venire in mio soccorso e ad offrirsi volontaria per gestire la mia situazione. Ha una figlia a casa che l’aspetta. La carriera di Ann ora la mette di fronte ad un nuovo pericolo. Il rischio di portare a casa sua i pericoli del suo lavoro pesano molto su di lei. Glielo si legge in viso. È stanca. Quando l’ho ringraziata per essere venuta in mio aiuto, lei ha rispettosamente risposto che stava solo facendo il suo lavoro”.

Infine, Goggin non ha paura di esprimere le sue paure, quelle umane sensazioni di cui non dovremmo mai dimenticarci quando ogni giorno ci focalizziamo sui numeri. Paure, preoccupazioni e sensazioni che coinvolgono sì i pazienti, ma anche coloro da cui dipende la loro salute: “Oltre ai medici, sono anche infermieri e tecnici ad avere la tua salute, la tua vita, nelle loro mani. Sono mani decenti, laboriose, ben intenzionate e premurose. Questa non dovrebbe essere una rivelazione. Nell’era del coronavirus, si ascoltano storie eroiche ogni giorno. I turni degli infermieri sono di 12 ore, giorno dopo giorno. È incredibile quello con cui impari a convivere. Anche se immagino che tutti noi abbiamo un punto di rottura…”.

In pochi giorni – conclude – inizio la radioterapia. Ci saranno tatuaggi permanenti sul mio stomaco e sulle gambe che segnano dove i raggi devono mirare. I raggi X (si spera) uccidono il cancro. Inoltre comprometteranno il mio sistema immunitario. Ora sarà più facile contrarre un raffreddore. Un raffreddore che può rapidamente degenerare in polmonite. Covid-19? Bene… Radioterapia cinque giorni alla settimana per otto settimane. Quaranta viaggi in ospedale in tempo di coronavirus. Come ho già detto, è incredibile ciò con cui impari a convivere!”.

È chiaro che la situazione americana è ben diversa da quella italiana, in particolar modo se si tengono in considerazione le enormi differenze tra i due modelli sanitari nazionali. Ma il racconto di questa nuova normalità dal punto di vista di chi da anni combatte per la propria salute e la propria sopravvivenza e che, ora, è costretto ad affrontare nuove routine che complicano ancor di più le fasi di cura e terapia, ci dice che, anche in questa cosiddetta “fase 2”, non bisogna abbassare la guardia. Per noi stessi, ma principalmente per la tutela di chi è più debole e a rischio.


EMERGENZA CORONAVIRUS

In merito all’emergenza coronavirus, la Fondazione Bartolo Longo III Millennio ha disposto un presidio informativo e di supporto per i pazienti oncologici impegnati in cicli di chemioterapia.
Tutti i dettagli sono esposti nella sezione dedicata all’emergenza (CLICCA QUI).


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