La diagnosi precoce: un’altra “vittima” del coronavirus

Mentre il numero di decessi causati dalla pandemia di coronavirus cresce in maniera inesorabile, la comunità oncologica americana teme un’altra ondata di vittime: le persone con cancro diagnosticato in ritardo

La pandemia di coronavirus è arrivata ad una fase cruciale. Nel mentre ci sono Paesi che riescono flebilmente a vedere la luce in fondo al tunnel (come la Cina, ma anche in parte l’Italia), ce ne sono altri in cui la situazione è ancora molto critica. Tra questi ci sono gli Stati Uniti d’America che già da tempo risultano essere la nazione col più alto numero di contagi avvenuti, il più alto numero di infetti attuali e anche il Paese col maggior numero di vittime.

Le risposte arrivate dalla politica statunitense hanno peccato di un colpevole ritardo, causato anche dallo scetticismo iniziale con cui il Presidente Trump e la sua amministrazione hanno affrontato la questione. Il risultato è stato devastante sotto il profilo dei dati sanitari, ma anche di quelli economici. Solo nel mese di aprile, 20,5 milioni di persone hanno perso il lavoro e in uno Stato in cui gran parte del sistema sanitario è di natura privata e, dunque, le cure migliori non sono assicurate a tutti, il maggior numero di disoccupati rappresenta un grave problema anche per la salute dei cittadini.

Il rischio riguarda non solo il Covid-19, ma anche tutte quelle altre patologie che nell’ultimo periodo hanno ricevuto giocoforza minore attenzione. Tra queste, ovviamente, c’è il cancro con tutti i percorsi che si porta dietro.

In relazione alla malattia neoplastica, la preoccupazione maggiore riguarda le diagnosi. È notorio, infatti, che la diagnosi precoce rimane L’”arma” più potente nella cura del cancro, in quanto i tumori allo stato iniziale hanno una possibilità di essere curati con successo maggiore rispetto a quelli in stadio avanzato. E in questa situazione di emergenza, purtroppo, il numero di test (e di conseguenza di diagnosi) è drasticamente crollato.

A sollevare il problema è il Dott. Mikkael Sekeres, direttore del programma di leucemia della Cleveland Clinic e autore del libro “When blood breaks down: life lessons from leukemia” (letteralmente: “Quando il sangue si guasta: lezioni di vita dalla leucemia”).

La testimonianza del Dott. Sekeres è stata ripresa dal New York Times qualche giorno fa e rappresenta un vero e proprio grido d’allarme. “Mentre il bilancio delle vittime di coronavirus cresce – afferma – quelli tra noi che sono specializzati in oncologia si stanno preparando per un’altra ondata di vittime: le persone con cancro diagnosticato in ritardo”.

Per far capire la gravità della situazione, Sekeres porta l’esempio di una donna arrivata in netto ritardo alla diagnosi di leucemia: “Il nostro team di leucemia si è appena preso cura di una giovane donna che era andata in un ospedale a 50 miglia dalla nostra struttura perché non si sentiva bene. Aveva posticipato la visita dal medico per settimane, temendo l’ingresso nei pronto soccorso e nelle cliniche a causa del Covid”.

Alcuni dei sintomi riportati (febbre, tosse, affaticamento) sono anche sintomi di leucemia – prosegue – e possono essere confusi con un’infezione da coronavirus. Ma a causa della pandemia, invece di fare le analisi del sangue, che sono il primo indizio per rilevare la leucemia, il personale ben intenzionato del pronto soccorso l’ha messa in quarantena e ammessa nel reparto Covid all’interno del loro ospedale. In circostanze normali, questa donna sarebbe stata sottoposta a esami del sangue, che avrebbero mostrato chiaramente i segni di tumore sanguigno. Sarebbe stata quindi ammessa immediatamente in un’unità specialistica di leucemia, dove si sarebbero potuti occupare delle conseguenze potenzialmente letali del suo cancro, che possono raddoppiare in un numero di due o tre giorni”.

Purtroppo – conclude il racconto dell’episodio – è venuta alla nostra attenzione troppo tardi, con polmonite e sanguinamento gengivale, diretta conseguenza della compromissione del suo sistema immunitario e del basso numero di piastrine. È stata ricoverata nel nostro reparto di terapia intensiva. E anche se ci siamo affrettati ad intervenire su questo tumore in rapida crescita (che avrebbe dovuto attirare la nostra attenzione un paio di settimane prima), sfortunatamente non è servito a nulla, ed è deceduta”.

Una storia straziante, un caso che grazie ad una diagnosi più tempestiva avrebbe potuto avere esiti diversi. Ma il numero di test e screening è in netto calo, dunque, secondo Sekeres, le diagnosi ritardate cresceranno a dismisura: “Secondo un recente rapporto, la quantità di screening effettuati è precipitata da metà marzo in poi. I test di laboratorio e le scansioni sono stati ridimensionati, le visite di follow-up di routine sono state spostate in un universo virtuale o ritardate e alcuni trattamenti sono stati persino adattati, a condizione che fossero sicuri e appropriati dal punto di vista medico per i nostri pazienti. Una statistica davvero spaventosa, tuttavia, è che i nostri nuovi pazienti sono in calo di oltre il 40%. La maggior parte di questi rinvii proviene da medici di base”.

Perché, dunque, questi tumori non vengono diagnosticati? Lo spiega il Dott. Sekeres parlando del diverso grado di urgenza d’intervento che richiedono le neoplasie, relativo alla loro velocità di diffusione. “I tumori – spiega – possono presentarsi con due tipi di urgenza e dunque con una crescita più rapida, come la leucemia, o una crescita più lenta. Con una diffusione più lenta (come quella del cancro al seno, per esempio) e in circostanze normali, potrebbero essere necessarie settimane a una donna per ricevere quella diagnosi e prendere in considerazione il trattamento: 1) dal momento in cui si sente inizialmente un nodulo al seno mentre si fa la doccia; 2) al tempo, poi, necessario per fissare un appuntamento con il suo medico di base, che conferma la presenza di un nodulo preoccupante; 3) al passaggio successivo, ovvero fare una mammografia o un’ecografia; 4) programmare una biopsia chirurgica; 5) attendere che i risultati siano pronti; 6) infine, l’incontro con un oncologo per discutere di trattamenti medici, radiologici e/o chirurgici”.

Ora – continua – introduciamo in questo processo le circostanze anormali della pandemia di coronavirus: quel primo appuntamento col medico, innanzitutto, sarebbe virtuale. Il medico della donna potrebbe chiederle di provare a palpare lei stessa il nodulo e di descriverlo, cercando di guidare la paziente attraverso il proprio esame dal piccolo schermo dello smartphone, come ho provato con i miei pazienti. Questo è difficile, e una visita effettiva dovrebbe probabilmente essere programmata comunque per valutare il nodulo. Successivamente, i test che alcuni considerano ‘di routine’, come le mammografie (che più spesso vengono utilizzate per lo screening del carcinoma mammario), vengono anch’essi ritardati, così come gli interventi chirurgici non urgenti. Quelle settimane per diagnosticare il cancro al seno possono rapidamente trasformarsi in mesi”.

Altri test di screening – conclude la spiegazione – come la colonscopia per diagnosticare il cancro del colon o gli esami per identificare il cancro alla cervice uterina, così come controlli cutanei e biopsie per rilevare il melanoma, spesso non stanno avendo luogo. Anche con i tumori a crescita più lenta, le settimane contano e possono trasformare un tumore potenzialmente curabile in uno incurabile. Per i tumori a crescita più rapida, come quello dei nostri pazienti con leucemia, i giorni o addirittura le ore possono fare la differenza tra la vita e la morte”.

A seguito di queste considerazioni, si registra un forte pessimismo nelle parole del Dott. Sekeres: “Quelli di noi che sono in ambito oncologico temono una seconda ‘pandemia’ di nuove diagnosi di cancro, che in realtà sono già in essere da mesi. E non solo nuovi tumori ma anche tumori in stadio avanzato. È del tutto possibile che, nell’ultima parte del 2020 e nel 2021, vedremo uno spostamento verso gli stadi più avanzati del cancro a causa di questi ritardi nelle diagnosi. Potremmo perdere la finestra per intervenire presto, quando il cancro è ancora in una fase precoce, ed eliminarlo. Temo anche che l’ultima parte di quest’anno scoprirà tassi di successo più bassi nel trattamento di questi tumori”.

Infine, chiude con un consiglio rivolto a tutte le persone che si apprestano a ritornare alle proprie libertà: “Dato che tutti aspettiamo con impazienza di tornare ai semplici piaceri della vita, come andare a mangiare in un ristorante o trascorrere del tempo con gli amici in un barbecue estivo, lasciate che vi consigli di tornare anche ad un’altra libertà di cui godevamo solo pochi mesi fa: andate dal vostro medico di base, fate la vostra mammografia annuale, il PAP test, la colonscopia o fatevi controllare quel nuovo gonfiore, oppure il peggioramento della fatigue o di quella tosse fastidiosa. Le infezioni da coronavirus possono stabilizzarsi. Ma il cancro non va in vacanza”.


EMERGENZA CORONAVIRUS

In merito all’emergenza coronavirus, la Fondazione Bartolo Longo III Millennio ha disposto un presidio informativo e di supporto per i pazienti oncologici impegnati in cicli di chemioterapia.
Tutti i dettagli sono esposti nella sezione dedicata all’emergenza (CLICCA QUI).


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