“Pet Therapy”: il contributo degli animali nella cura dei malati di cancro

La “Pet Therapy” è un metodo di cura che testimonia la capacità degli animali di stabilire un rapporto emozionale e profondo con i malati di cancro

Langue de chien serte de medicine” (“La lingua del cane serve alla medicina”), sono le parole di un vecchio proverbio francese – ispirato da credenze risalenti al tempo delle civiltà più antiche – che viene talvolta evocato per testimoniare il “potere” curativo degli animali.

Comunque, andando ben oltre suggestioni e miti riconducibili ad epoche assai remote, soltanto alla fine XVIII secolo – in Inghilterra – la medicina documentò un primo studio in merito all’utilizzo degli animali con finalità terapeutiche. Precisamente, nel 1792, lo psicologo infantile William Tuke iniziò a curare i suoi piccoli pazienti impiegando alcuni animali da cortile, come conigli e gallinacei. A suo avviso, gli individui mentalmente disturbati potevano ritrovare autocontrollo ed equilibrio attraverso il giardinaggio e la cura di questi piccoli animali.

A coniare l’espressione “Pet Therapy” (“Terapia dell’animale da affezione”) fu – al principio degli anni ’60 del secolo scorso, in un libro contenente le prime teorie verificabili – Boris M. Levinson, un neuropsichiatra infantile americano, casualmente accortosi di come la presenza del proprio cane avesse recato benefici a livello psicologico e comportamentale in un suo piccolo paziente affetto da autismo, migliorandone tanto la volontà di interagire con il terapeuta, quanto quella di giocare con l’animale. Levinson riuscì a dimostrare l’aumento dell’autostima nel paziente prodotto dalla vicinanza e dall’affetto di un animale, nonché dalla innata capacità di quest’ultimo di rispondere ad ogni richiesta di attenzione.

Nei decenni successivi, la letteratura scientifica ha dimostrato il prezioso contributo della “Pet Therapy” nella cura di malati affetti da diverse patologie – anche il cancro – grazie all’impiego di diverse specie di animali (pesciolini rossi, criceti, cani, gatti, conigli, capre, mucche, asini, cavalli o delfini).

Si è evidenziato che, in molti casi, la presenza di un cane o di un gatto (e la sua interazione con il malato) può comportare un effetto aggiuntivo rispetto a quello derivante dai farmaci o dalle terapie convenzionali.

Numerosi studi clinici hanno ripetutamente confermato il beneficio – in termini di benessere emotivo – apportato dalla presenza di un animale da compagnia a tanti pazienti oncologici, sottoposti a trattamenti terapeutici dolorosi e logoranti.

Da quando i medici hanno iniziato a prestare particolare attenzione agli aspetti psicologici delle malattie più debilitanti e stressanti, come il cancro e i disturbi cronici, la “Pet Therapy” – unitamente alla “Play Therapy”, alla “Musicoterapia” e ad altre valide metodologie di supporto – ha assunto una rinnovata e crescente importanza.

Oggi, in virtù di tale intuizione, più di una specie animale può fregiarsi del titolo di “co-terapeuta”, affiancando il medico nel percorso di cura, interagendo con il paziente e facilitando la comunicazione.

Gli effetti benèfici si notano soprattutto nei bambini e negli anziani che sono – non a caso – i primi destinatari di molte attività e terapie assistite con animali.

Nel nostro Paese, la “Pet Therapy” è uno strumento progressivamente cresciuto, in termini di efficacia e di offerta.

Nel 2003, il Ministero della Salute ha riconosciuto la validità scientifica delle terapie con animali.

Nel 2007, l’Istituto Superiore di Sanità ha effettuato una ricognizione delle attività di “Pet Therapy” a livello nazionale ed ha emesso linee guida – prestando attenzione all’interesse del paziente e al benessere degli animali impiegati – per una pratica corretta che tenga in dovuta considerazione gli aspetti etici relativi all’utilizzo degli animali con finalità terapeutiche e di assistenza.

Nel 2009, il Ministero della Salute ha istituito il “Centro di referenza nazionale per gli Interventi Assistiti con Animali” presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, cui è stato assegnato il compito di stilare le linee guida nazionali per gli interventi assistiti dagli animali, di studiare nuovi campi di applicazione e di formare gli operatori. 

Nel 2015 il Governo ha sancito un accordo con le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano sul Documento recante le “Linee guida nazionali per gli interventi assistiti con animali”; questo documento – che legittima la valenza della Pet Therapy come disciplina, riconoscendone la valenza riabilitativa – è stato recepito da tutte le Regioni italiane. 

L’interazione tra l’animale e il paziente oncologico è finalizzata al recupero da parte di quest’ultimo di autostima e capacità relazionale, nonché alla riacquisizione di abilità psicologiche e motorie perdute durante il calvario della malattia.

Tale approccio terapeutico – per altro, sperimentato con notevole successo lo scorso anno nel Parco del Valentino di Torino con il progetto “Impera” promosso da WALCE Onlus (Women Against Lung Cancer in Europe, ovvero Donne Contro il Tumore del Polmone in Europa) in collaborazione con il Centro Studi Terapie con Animali – può comportare notevoli benefici per le persone malate di tumore al polmone, mediante passeggiate all’aria aperta in compagnia di cani addestrati. Trattasi di esperienze vissute all’aria aperta (caratterizzate da moderato esercizio fisico, reciproca affettività con gli animali e condivisione di momenti di svago anche in compagnia di altri malati), finalizzate a migliorare la qualità della vita dei pazienti, attraverso un’azione mirata sui sintomi che maggiormente li colpiscono, vale a dire depressione, fatigue, stanchezza, ansia, disturbi del sonno e dell’umore.

In effetti, questo interessante progetto – basato sulle evidenze della “Pet Therapy” quale strumento di potenziamento dell’attività fisica per quei pazienti che, trattati per tumore polmonare con chirurgia o con trattamenti terapeutici associati di chemioterapia e radioterapia, non sono stimolati in modo spontaneo a fare movimento – ha inteso sopperire alla indisponibilità di linee guida formali per la riabilitazione post-chirurgica o post-chemioradioterapica (comprendenti il miglioramento di sintomi residui come la fatigue), così stimolando i pazienti a svolgere movimento all’aperto, in un ambiente extra-ospedaliero.

Meritevole di particolare menzione è l’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze – autentico pilastro nelle cure dell’infanzia – che da oltre dieci anni ha compreso quanto sia importante l’integrazione delle terapie previste e validate dai protocolli scientifici anche con metodi terapeutici non tradizionali, quali – appunto – l’accoglienza degli animali. Tale approccio si è rivelato particolarmente utile soprattutto per i piccoli pazienti. All’interno dell’Ospedale Meyer, la presenza dei cani e di altri animali è sistemica; essi possono accedere in ogni suo dipartimento, ossia: pediatria intensiva, chirurgia pediatrica, neuroscienze, area critica, oncologia pediatrica e neonatale, fino alla rianimazione. Questo è reso possibile da accurate pratiche igieniche e da periodici controlli veterinari specifici e comportamentali aderenti al “Protocollo organizzativo sulle misure di prevenzione e la trasmissione nosocomiale delle infezioni negli interventi assistiti con gli animali”, un protocollo cui si ispirano molte altre strutture presenti sul territorio nazionale.

Nei vari reparti dell’Ospedale Meyer, la compagnia di un animale stimola in ogni piccolo paziente gravemente malato e costretto a lunghi ricoveri la tendenza a socializzare e interagire con gli altri. In questo luogo, l’intenso rapporto che viene a crearsi tra piccoli malati e animali costituisce un forte stimolo al recupero ed allevia il senso di ansia e solitudine dovuto anche alla separazione dall’ambiente familiare.

Nonostante sia difficile intervenire con bambini costretti a confrontarsi con paure grandi come quelle evocate dal cancro, è dimostrato che la presenza degli animali li aiuta a superare gli inevitabili momenti di disagio. Qui i bambini giocano con i cani, li accarezzano, li abbracciano, instaurando una relazione di scambievole affetto. Inoltre, se le condizioni di salute consentono momentanee uscite dal reparto, i bambini possono accompagnare gli animali all’aperto per giocare o per passeggiare insieme.

La presenza degli animali attenua la percezione del dolore, in quanto favorisce l’aumento dei livelli di cortisolo nel sangue, uno degli ormoni che consentono all’organismo una maggiore sopportazione del dolore.

Per tale motivo, la vicinanza di un animale da compagnia durante un trattamento chemioterapico può aiutare il paziente ad affrontare con maggiore positività quella situazione di sofferenza. In tal caso, un cane – accuratamente controllato, nonché ben addestrato e munito delle apposite certificazioni ai fini del suo impiego a fini terapeutici – può entrare spontaneamente in contatto con il paziente (dandogli la zampa) ed, eventualmente, salire sul suo letto durante la chemioterapia. Così, nel corso del trattamento, il malato può accarezzare il cane, rilassarsi e conversare con uno psicoterapeuta e con gli operatori cinofili presenti in quel momento. Tutto questo può comportare una più serena accettazione delle sedute di chemioterapia e una migliore risposta al relativo trattamento (anche in termini di minore incidenza degli effetti collaterali). 

I dati della letteratura medica evidenziano i considerevoli benefici per il paziente (di ogni età) derivanti dalla instaurazione di una relazione con un animale da compagnia, quali il miglioramento della pressione arteriosa e della risposta immunologica, nonché l’incremento della produzione di endorfine (sostanze che regolano il benessere della persona).

Dunque, queste significative esperienze (e numerose altre) dimostrano come – attraverso il contatto con gli animali – si possa favorire un rilassamento corporeo e favorire la rimozione temporanea di quei pensieri poco piacevoli che connotano la quotidianità di ogni malato, in particolare quello oncologico.

Impegnando il corpo e la mente nel rivolgere carezze ad un animale, il paziente oncologico – oltre ad accrescere la propria capacità nel prendersi cura degli altri, distogliendo l’attenzione dalle problematiche personali e dalle preoccupazioni relative alla malattia e alla terapia che sta affrontando – ritrova e rinnova la propria considerazione, non solo in quanto malato impegnato in un percorso di guarigione, ma anche (e soprattutto) come individuo, con un proprio valore e un proprio ruolo in ogni situazione creatasi nel contesto della malattia.

Avv. Michele Ametrano

FONTI:

  • Boris M. Levinson – “The dog as a co-therapist” (1962)
  • José Jorge Chade (a cura di) – “Pet Therapy” (2006)
  • Lorenzo Pergolini – “Educazione e riabilitazione con la pet therapy” (2009)
  • Francesca Cirulli (a cura di) – “Animali terapeuti. Manuale introduttivo al mondo della pet therapy” (2013)
  • Francesca Mugnai (a cura di) – “Gli interventi assistiti con gli animali nell’area pediatrica” (2017)

EMERGENZA CORONAVIRUS

In merito all’emergenza coronavirus, la Fondazione Bartolo Longo III Millennio ha disposto un presidio informativo e di supporto per i pazienti oncologici impegnati in cicli di chemioterapia.
Tutti i dettagli sono esposti nella sezione dedicata all’emergenza (CLICCA QUI).


LEGGI ANCHE: La “medicina narrativa”: come raccontare l’esperienza del cancro


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