Bambini malati di cancro: il diritto al gioco e i benefici della “Play Therapy”

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Il diritto al gioco è fondamentale per lo sviluppo della salute fisica e mentale di ogni bambino e deve essere riconosciuto anche ad ogni fanciullo cui sia stato diagnosticato un tumore o un’altra grave malattia

“Il gioco costituisce il più alto grado dello svolgimento infantile, il prodotto più puro e spirituale dell’uomo nel periodo dell’infanzia” (Friedrich Frobel, 1826).

“È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé. (…) Sulla base del gioco viene costruita l’intera esistenza dell’uomo come esperienza” (Donald W. Winnicott, 1971).

La Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, approvata il 20 Novembre 1989 dall’Assemblea Generale dell’ONU, annovera – tra i diritti fondamentali riconosciuti a tutti i bambini – il “diritto al gioco” (Articolo 31).

In effetti, il gioco – praticato individualmente o in gruppo – costituisce un’attività fondamentale per lo sviluppo della salute fisica e mentale di ogni bambino.

Tale imprescindibile diritto deve essere riconosciuto anche ad ogni fanciullo cui sia stato diagnosticato un tumore o un’altra grave malattia. Pertanto, nei reparti ospedalieri di oncologia pediatrica un’attenzione particolare deve essere posta proprio all’organizzazione del tempo del gioco.

Per i bambini (e le famiglie) chiamati ad affrontare la diagnosi di tumore e il successivo percorso di cura in ospedale, il gioco può costituire non soltanto un valido strumento di supporto terapeutico, ma anche un mezzo affinché questo drammatico evento della vita possa diventare un’esperienza di crescita; ciò in quanto il gioco fornisce sensazioni sempre rinnovate, crea e ricrea situazioni di vita giornaliere ed aiuta il bambino alla scoperta della vita.

In ambito europeo, la “Carta di Leiden”, approvata nel 1988 dall’EACH – European Association for Children in Hospital, pone in evidenza il gioco tra i diritti fondamentali dei bambini che vivono la triste esperienza dell’ospedalizzazione, e – ad oggi – costituisce il principale punto di riferimento e di orientamento relativamente ad una serie di valori condivisi da numerose organizzazioni presenti in vari Stati dell’Unione Europea.

Anche in Italia, l’esperienza maturata in diversi nosocomi pediatrici – sorretta dalla continua e approfondita riflessione sul tema dei diritti dei minori ricoverati –  ha trovato concreta espressione in alcuni importanti documenti.

Al riguardo, oltre alla “Carta dei Diritti del Bambino in Ospedale sul territorio nazionale” (redatta nel 2005 e, negli anni seguenti, periodicamente aggiornata dalla AOPI – Associazione Ospedali Pediatrici Italiani), merita una particolare menzione la “Carta dei Diritti dei Bambini e degli Adolescenti in Ospedale” (redatta nel 2008 dalla ABIO – Associazione per il Bambino in Ospedale, in collaborazione con la SIP – Società Italiana di Pediatria).

Tra i dieci punti contenuti in quest’ultimo fondamentale documento – che si ispira alla Convenzione dell’ONU e alla Carta di Leiden summenzionate, adattandole alla situazione italiana e tenendo nel dovuto conto la pluridecennale esperienza di volontariato dell’ABIO – è previsto che “I bambini e gli adolescenti devono avere quotidianamente possibilità di gioco, ricreazione e studio – adatte alla loro età, sesso, cultura e condizioni di salute – in ambiente adeguatamente strutturato ed arredato e devono essere assistiti da personale specificamente formato per accoglierli e prendersi cura di loro” (Articolo 7).

Per un bambino, una diagnosi di cancro comporta il prolungato abbandono del luogo in cui risiedono i suoi più cari affetti, e la triste sequenza di ricoveri in ospedale dove è costretto – suo malgrado – ad adattarsi in un contesto del tutto estraneo, ma destinato a coinvolgerlo totalmente.

La diagnosi del cancro e l’obbligata ospedalizzazione costituiscono per ogni piccolo sfortunato paziente una traumatica rottura rispetto alla sua normalità quotidiana. Improvvisamente, si ritrova in un luogo ristretto, dove le abitudini ospedaliere e l’ambiente stesso riducono il tipo di attività che – fino a quel momento – era solito praticare, venendosi così ad interrompere il suo naturale percorso di crescita.

L’attenzione all’organizzazione del tempo di gioco nei reparti ospedalieri pediatrici

All’interno dei reparti di oncologia pediatrica, le attività ludo-terapiche (“terapia del gioco” o “Play Therapy”) possono recare un importante contributo alla cura del bambino malato e al riequilibrio di quella destabilizzazione emotiva conseguente alla diagnosi oncologica.

In tale contesto, la Play Therapy mira a diventare una sorta di laboratorio espressivo del vissuto e degli stati emotivi collegati alla ospedalizzazione e alla malattia, infondendo nel bambino malato di cancro una ricarica emotiva di fondamentale aiuto nella gestione dello stress cagionatogli dalla degenza.

Inoltre, anche negli ospedali, il gioco diventa una modalità privilegiata di comunicazione e normalità, e crea quella condizione che semplifica l’aggregazione tra i piccoli malati ivi ricoverati, favorendo momenti di comunione, scambio e  collaborazione.

I ludo-terapisti – quotidianamente impegnati nella scelta e nell’organizzazione della Play Therapy, ma anche nella delicata gestione dei momenti di eventuale timidezza del piccolo paziente o di un suo temporaneo rifiuto verso il gioco – sono “persone con competenze svariate e diversificate: attori, musicisti, fumettisti, psicologi e sociologi ma, fin dal primo incontro, emerge la caratteristica che li accomuna ossia la sensibilità, intesa come profondità del sentire, sensibilità per cui le cose non sono solo come appaiono” (Roberta De Monticelli, 2003).

Dunque, è importante promuovere le attività ludiche all’interno dei nosocomi pediatrici, attraverso l’allestimento di appositi spazi dove non venga effettuato alcun atto medico o infermieristico, ma che siano destinati unicamente al gioco per ogni piccolo paziente.

La salute fisica e mentale di un bambino malato di cancro può trarre immenso beneficio dal gioco e dall’opportunità di godere dei suoi aspetti più semplicemente ludici (di fondamentale importanza in un ambiente tipicamente monotono e ripetitivo, quale in effetti è un contesto ospedaliero).

La terapia del gioco aumenta la consapevolezza nel piccolo paziente, favorendo l’acquisizione della capacità necessaria al superamento della ardua prova impostagli dalla malattia.

Giocare è una vera e propria necessità terapeutica nella cura di ogni bambino malato di cancro.

In merito alla connotazione più propriamente ludica del gioco, va detto che anche ogni piccolo paziente – mentre gioca – si diverte, prova naturale gioia e contentezza. Giocare riduce le tensioni e rende più gioioso l’ambiente (finanche un ospedale) in cui il bambino si trova. Numerosi studi hanno evidenziato la relazione intercorrente fra gli stati emotivi e le difese immunitarie. In ogni piccolo paziente allietato da situazioni piacevoli di gioia e di divertimento è misurabile un incremento delle difese immunitarie ed un miglioramento dello stato di benessere.

Ulteriore benefico stimolo indotto, per mezzo della terapia del gioco, in ogni bambino malato di cancro consiste nell’apprendimento – anche attraverso la condivisione con altri bambini di esperienze similari – di nuove abilità individuali e sociali, inevitabilmente influenzate e pregiudicate dai prolungati periodi di isolamento e ricovero ospedaliero che tutti i piccoli pazienti sono costretti ad affrontare. In questo caso, l’obiettivo mirato è quello di motivare ogni bambino a mettere in gioco le proprie competenze pregresse, generando le opportune condizioni per l’integrazione di nuovi saperi e accrescendo la sua capacità di elaborare soluzioni creative per i problemi osservati. In tal modo, il bambino – giocando – mantiene intatte autostima e fiducia, acquisisce conoscenze, misura le proprie potenzialità, sperimenta rinnovate capacità, familiarizza con la realtà circostante e si dota di nuovi strumenti per contenere e gestire le reazioni emotive negative.

La terapia del gioco, anche di gruppo, può risultare molto utile come strategia di preparazione del piccolo paziente al ricovero ospedaliero e agli interventi chirurgici, ma anche alle continue procedure medico-infermieristiche (si pensi ai prelievi ematici, alle iniezioni endovena, alla cateterizzazione e ai trattamenti chemioterapici). Talvolta, in tali dolorose situazioni, il ludo-terapista – per ridurre il timore e l’angoscia nel piccolo paziente – può fare ricorso a personaggi di fantasia, rendendoli protagonisti di storie di malattie, nel cui racconto viene coinvolto lo stesso paziente, al fine di indurlo a porre domande riguardanti i necessari interventi e a fargli acquisire familiarità con le relative procedure.

Tutto questo vale quanto meno ad avvicinare il bambino malato a una parvenza di normalità e di continuità rispetto alla pregressa vita quotidiana e all’ambiente familiare, recando altresì un parziale sollievo allo stato d’ansia dei suoi genitori.

In conclusione, la Play Therapy può indurre il bambino malato di cancro a trovare le parole per dire “ho male”, “ho paura del male”, “ho paura di stare da solo”, “ho bisogno di aiuto”. Attraverso il gioco, i bambini riescono a dare espressione al proprio dolore che, privato della preoccupazione e dell’ansia, è avvertito in misura minore. E poi, giocare facilita la comunicazione e l’interazione, aiuta ad alleviare la tensione del bambino allorquando deve ricevere procedure dolorose e traumatiche, fornendo così l’umanizzazione della cura (V. Soares, L.F. Silva, E.G. Cursino, F.G.B. Goes, 2014).

Per tutti quanti abbiano sinceramente a cuore l’esistenza e il benessere di ogni bambino, a supporto dei necessari e fondamentali protocolli chirurgici e farmacologici determinati dalla ricerca scientifica medico-oncologica, anche queste buone e lodevoli pratiche possono recare ad ogni piccolo paziente il giusto e tenero conforto, lungo il percorso di rinascita – come per ogni meravigliosa e incantevole Aurora – verso una nuova vita.

Avv. Michele Ametrano

FONTI:

  • Friedrich Frobel – “L’educazione dell’uomo (Die Menschenerziehung)” (1826)
  • Donald W. Winnicott – “Playing and Reality” (1971)
  • Roberta De Monticelli – “L’ordine del cuore” (2003)
  • V.A. Soares, L.F. Silva, E.G. Cursino, F.G.B. Goes – “The use of playing by the nursing staff palliative care for children with cancer” (2014)
  • Nunes de Lima e Pereira Santos – “Play as a care strategy for children with cancer” (2015)

EMERGENZA CORONAVIRUS

In merito all’emergenza coronavirus, la Fondazione Bartolo Longo III Millennio ha disposto un presidio informativo e di supporto per i pazienti oncologici impegnati in cicli di chemioterapia.
Tutti i dettagli sono esposti nella sezione dedicata all’emergenza (CLICCA QUI).


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