Comunicazione e “infodemia” nel tempo dell’epidemia da coronavirus

In queste ultime settimane, alla diffusione e alla crescita esponenziale del contagio del Coronavirus Covid-19, si è aggiunta la diffusione dell’“infodemia”. Quanto è importante la comunicazione per il controllo delle epidemie?

Il termine “comunicare” deriva dal latino “communicare” e significa far sapere, divulgare, diffondere, mettere in comune, render partecipe.

La vitalità di una società democratica – effettivamente partecipata e condivisa – non può prescindere dalla circolazione della cultura e della conoscenza, da intendersi nel più ampio senso possibile.

Nel mondo libero, non può e non deve esistere un “sapere” inaccessibile.

La diffusione dei mezzi di comunicazione di massa ha condotto a riconoscere non solo la libertà di diffondere i propri messaggi, ma anche la libertà di ricevere quelli da altri diffusi. In tal caso, si parla di “libertà di informazione”.

Secondo alcuni, la divulgazione di messaggi attraverso giornali, radio, televisione e web costituirebbe espressione non tanto di libertà, quanto di “potere” (privato e pubblico) di manipolare le altrui conoscenze e convinzioni, e andrebbe perciò soggetta al vincolo di assicurare un’informazione oggettiva, completa e imparziale. Questo sarebbe il “diritto del cittadino all’informazione”.

Una libera e corretta informazione promuove il libero pensiero, l’educazione, la ricerca e il progresso della cultura: in una parola, assicura il dinamismo della società.

Nella “Carta dei diritti fondamentali della UE” (proclamata a Nizza il 7 dicembre  2000 e riproclamata a Strasburgo il 12 dicembre 2007 dal Parlamento Europeo, dal Consiglio e dalla Commissione) sono riconosciuti il “diritto alla libertà di espressione”, inclusivo della libertà di opinione e di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza ingerenza delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera, e il “principio del pluralismo e della libertà dei mezzi di informazione” (Articolo 11 – Libertà di espressione e di informazione).

A proposito di libero pensiero individuale, anche la “Costituzione degli Stati Uniti d’America” nel suo Primo Emendamento, nell’offrire una assoluta garanzia della libertà di parola e di stampa, sottende che il pensiero debba essere benefico per la vita della società, che dal libero mercato delle idee può attingere le idee più proficue per il proprio sviluppo politico, economico e sociale.

Tanto premesso, volgiamo l’attenzione alla epidemia di Coronavirus Covid-19 e a quanto ne è finora conseguito anche riguardo al flusso di notizie e informazioni.

In queste ultime concitate e drammatiche settimane, alla diffusione e alla crescita esponenziale del contagio del Coronavirus Covid-19 si è aggiunta la diffusione di una ulteriore “epidemia disinformativa”, che l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) ha definito con il termine “infodemia”, intendendo – con tale neologismo, poi ripreso dalla stampa internazionale – la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con la dovuta accuratezza, che rendono difficile per chiunque trovare fonti affidabili allorquando ne abbia bisogno.

Trattasi di un contagio a diffusione altrettanto rapida ed esponenziale che, grazie a strumenti di comunicazione sempre più potenti e pervasivi (internet e il mondo digitale), comporta la circolazione di notizie e informazioni incontrollate e sovrabbondanti da un capo all’altro del globo.

In occasione della “Conferenza sulla Sicurezza” tenutasi a Monaco di Baviera lo scorso 15 febbraio, il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus,  ha dichiarato: “Non stiamo solo combattendo un’epidemia, stiamo combattendo un’infodemia”; ciò a indicare il potenziale grave danno che le informazioni scorrette o false possono apportare alla salute pubblica e globale.

Recentemente, sul web si è riscontrato il proliferare di informazioni ardue da verificare, tacendo dei circa 2 milioni di tweet contenenti teorie cospirative sul Coronavirus Covid-19 e pubblicati nei primi due mesi di quest’anno, secondo un rapporto del “Washington Post”.

Tutto questo ha contribuito ad aumentare il panico. In questo tempo di epidemia da Coronavirus Covid-19, gestire la paura – in Italia e ovunque nel mondo – potrebbe rivelarsi, nell’imminente futuro, alquanto difficile.

Per far fronte a tale fenomeno, il team di Comunicazione del Rischio dell’OMS ha lanciato una “Rete di informazioni per le epidemie” (“EPI-WIN” – Who Information Network for Epidemics), piattaforma informativa avente l’obiettivo di condividere “informazioni su misura” con specifici gruppi target.

Ma già nel 2005, l’OMS – riconoscendo l’essenzialità e l’importanza della competenza in materia di comunicazione per il controllo delle epidemie, al pari della formazione epidemiologica e delle analisi di laboratorio – aveva pubblicato le “Linee guida per la comunicazione delle epidemie” (“Outbreak Communication Guidelines”), di cui riportiamo nel sèguito i punti principali.

La Fiducia: costituisce la pietra angolare della comunicazione in contesti di emergenza. Le ricerche mostrano che la diffidenza dei cittadini nei confronti dei funzionari della sanità pubblica rende meno probabile che i cittadini medesimi seguano le istruzioni per la gestione delle epidemie. Ed è fondamentale che la fiducia esista anche tra i responsabili delle politiche da attuare, chi comunica e il personale tecnico, di modo da garantire il necessario coordinamento.

L’Assenza di spazi temporali vuoti tra un’informazione e l’altra: maggiormente si trattengono le informazioni, maggiore è l’ansia delle persone. È bene che l’autorità competente rilasci al più presto informazioni, per quanto siano preoccupanti, al fine di conferire legittimità alle azioni intraprese e di contenere il panico pubblico.

La Trasparenza: produce maggior fiducia da parte delle persone, ma a condizione che le misure imposte appaiano giustificate nel contesto in cui vengono assunte.

Il Dialogo con il pubblico: i messaggi rivolti ai cittadini devono includere informazioni specifiche che consentano alle persone di farne uso per rendersi meno vulnerabili; ciò conferisce un senso di potere e controllo sulla salute e sulla sicurezza personale, favorendo una maggiore adesione delle istruzioni per la gestione delle epidemie.

Dunque, il contrasto al rischio infodemico si sostanzia non solo nel rendere informazioni volte ad assicurarsi che le persone siano correttamente informate, ma anche nell’assicurarsi che le persone siano informate per agire in modo appropriato.

Veniamo adesso ad approfondire un altro specifico profilo della comunicazione, quello riguardante la comunicazione scientifica.

Nel caso del Coronavirus Covid-19 (analogamente a quanto già avvenuto con la SARS-CoV-2) sono stati messi in campo nuovi strumenti e tecnologie di comunicazione in grado di avvicinare – nonostante le enormi distanze geografiche – menti, idee, studi, nuove scoperte e pregresse esperienze dirette a contenere il contagio e ad evitarne la diffusione a livello pandemico.

In tutto il mondo, l’utilizzo di queste nuove tecnologie sta rimodellando radicalmente i mezzi e le modalità della comunicazione scientifica.

In particolare, lo scenario della ricerca e della comunicazione scientifica è stato letteralmente rivoluzionato dal “preprint”; trattasi, nell’editoria accademica, di una prestampa, una anticipazione degli studi di futura pubblicazione, una versione di un documento accademico e scientifico che precede la revisione formale dei pari (di cui tra poco diremo) e la pubblicazione in una rivista scientifica o scientifica peer- reviewed.

Quotidianamente, server appositamente dedicati ai suddetti “preprint” raccolgono ed elaborano enormi quantità di dati, a loro volta ricavati da studiosi ed esperti tra loro assai distanti geograficamente, e comunicati mediante i social network o piattaforme per il lavoro da remoto, prima ancora che si cominci la formale “peer review”; quest’ultimo termine, nell’ambito della ricerca scientifica, sta a indicare la valutazione tra pari, detta anche riesame dei pari o riesame paritario, e si riferisce alla procedura di selezione degli articoli o dei progetti di ricerca proposti da membri della comunità scientifica, effettuata attraverso una valutazione di specialisti del settore che ne verificano l’idoneità alla pubblicazione scientifica su riviste specializzate o, nel caso dei progetti, al finanziamento degli stessi.

In tempi incredibilmente rapidi, le riviste scientifiche specializzate pubblicano ricerche di capitale importanza a poche ore dalla avvenuta consegna in redazione.

Fuori di dubbio le innovazioni tecnologiche – insieme all’incremento e all’intensità delle comunicazioni – hanno consentito una forte accelerazione nella ricerca sul Coronavirus Covid-19, come mai verificatosi in occasione delle precedenti epidemie.

Tuttavia, non è sempre agevole verificare l’attendibilità di quanto viene divulgato attraverso questo nuovo canale comunicativo, poiché quanto vi viene pubblicato non è stato ancora revisionato.

Poi, allorquando questi dati pervengono all’utenza generica o alla stampa non specializzata, il rischio di generare effetti distorsivi – unitamente a errori, plagi, falsità e truffe scientifiche – è ancor più marcato, contribuendo ad alimentare ulteriormente l’epidemia informativa (infodemia).

Dunque, il complesso e articolato tema della comunicazione e dell’ipertrofia informativa sta emergendo come uno degli aspetti più delicati da gestire nel corso di questa pandemia.

Avv. Michele Ametrano

EMERGENZA CORONAVIRUS

In merito all’emergenza coronavirus, la Fondazione Bartolo Longo III Millennio ha disposto un presidio informativo e di supporto per i pazienti oncologici impegnati in cicli di chemioterapia.
Tutti i dettagli sono esposti nella sezione dedicata all’emergenza (CLICCA QUI).

LEGGI ANCHE: La crescita esponenziale del coronavirus Covid-19: un approccio matematico

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