Le sostanze cancerogene: riflessioni sulla dimensione logico-scientifica della causalità

Cosa si intende per “sostanze cancerogene”? Come è identificabile il nesso di causalità tra queste e l’insorgenza di malattie tumorali?

A cura di Michele Ametrano

Si intende “cancerogena” qualunque sostanza in grado di determinare un incremento, anche significativo, dell’incidenza dei tumori. In tal senso, sono da considerarsi cancerogeni il fumo del tabacco, le radiazioni a energia elevata e le fibre di amianto.

Tuttavia, affermare che una determinata sostanza è cancerogena non equivale ad asserire, in termini strettamente scientifici, una certezza assoluta; in realtà, significa, nel caso del fumo di tabacco o dell’amianto, rappresentare correttamente la correlazione statistica che delinea una percentuale superiore alla media dei casi di tumore al polmone tra gli individui fumatori, oppure dei casi di mesotelioma tra quanti siano stati lungamente esposti alle fibre di amianto. A riprova di ciò è la circostanza che non tutti gli incalliti fumatori sviluppano un cancro polmonare e che non tutti gli operai impegnati nelle lavorazioni dell’amianto si ammalano di cancro.

Alle medesime considerazioni di ordine probabilistico e statistico si perviene ove si consideri la generalità delle sostanze cancerogene.

È così per i cancerogeni “chimici”. Vi rientrano principalmente gli idrocarburi aromatici policiclici, presenti nel fumo di tabacco, nei vapori di catrame e di bitume (i quali, se inalati a lungo, possono provocare tumore polmonare), nel catrame e nei bitumi solidi (i quali, se a lungo maneggiati, possono cagionare tumore cutaneo) e nella fuliggine (responsabile, nel XVIII secolo, di cancro allo scroto tra gli spazzacamino).

Parimenti, per i cancerogeni “fisici”, rappresentati principalmente dalle radiazioni a energia elevata, quali le radiazioni nucleari o i raggi X, nonché dalle fibre di amianto, si può parlare di possibilità anche elevate (ma non di certezza) di sviluppo di un cancro.

Quanto, infine, ai cancerogeni “biologici”, ad oggi si può affermare che sono pochi i microrganismi in grado di provocare il cancro nell’uomo. Ad esempio, l’Aspergillus flavus, un fungo che contamina i cereali e le arachidi immagazzinati, produce l’aflatossina, un veleno che sembra essere causa di tumore epatico. Alcuni virus sono stati associati al cancro, come il papilloma virus (per il cancro della cervice uterina), il virus dell’epatite B (per il cancro del fegato), il virus di Epstein-Barr (per il linfoma di Burkitt, un tumore maligno della mandibola e dell’addome), il virus dell’HIV (per il sarcoma di Kaposi, una patologia caratterizzata dalla presenza di tumori cutanei maligni).

Quanto finora esposto, introduce il tema della dimensione logico-scientifica della causalità, argomento alquanto dibattuto nell’ambito delle scienze mediche (in particolare, quella oncologica) e delle scienze giuridiche.

Il tema della causalità postula la ricerca non già di leggi generali e astratte, ma della ragione produttiva di eventi (nel nostro caso, diagnosi oncologiche certificate e documentate) che acquistano significato nella loro concretezza e individualità. Sovente a spiegare la causalità giungono in soccorso leggi scientifiche essenzialmente di tipo statistico (le cosiddette “leggi di copertura”) o, comunque, leggi di carattere empirico.

Dal punto di vista naturalistico, per “causa” si intende l’insieme dei fattori (costituiti non soltanto dalle sostanze cancerogene) antecedenti l’evento (il tumore); soltanto l’insieme di tali “condizioni” è sufficiente alla produzione dell’evento, mentre ciascuna di esse, individualmente considerata, è soltanto necessaria ma non sufficiente.

Secondo una concezione “condizionalistica” della causalità, si definisce causa “sufficiente” l’insieme delle condizioni necessarie al prodursi dell’evento; e si definisce condizione “necessaria” un fattore del complessivo quadro causale che, nella catena dei fattori antecedenti, si presenti tale da non poter essere eliminato senza che l’evento venga meno.

Punto fermo e irrinunciabile della causalità condizionalistica è rappresentato dal ricorso al procedimento di eliminazione mentale, connotato dal “giudizio controfattuale” il quale – a sua volta – serve a riscontrare l’effettivo rilievo condizionante del singolo fattore considerato (la conditio sine qua non).

Per poter offrire un risultato pratico, ancorato a parametri oggettivi, il procedimento di eliminazione mentale, altrimenti insidiato da margini di discrezionalità e indeterminatezza, presuppone che siano già note le regolarità scientifiche o empiriche che governano gli accadimenti (i tumori diagnosticati in un determinato contesto locale e temporale), oggetto dell’indagine.

Lo statuto logico della causalità va necessariamente integrato dal riferimento della spiegazione a “leggi di copertura” (Covering Law Model), nella consapevolezza, tuttavia, che il sapere scientifico è costituito da non numerose leggi “generali e universali” (assertive di regolarità senza eccezioni nella successione di eventi lineari e invariabili), ma anche da leggi “statistico-quantitative” o “epidemiologiche” (oltremodo diffuse nelle scienze naturali, quali la biologia, la medicina e la chimica) che si limitano ad affermare che il verificarsi di un evento è accompagnato dal verificarsi di un altro evento in una certa percentuale di casi e con una frequenza relativa.

Oggi, la più seria insidia al modello condizionalistico deriva dalla consapevolezza della fallibilità della scienza e del probabilismo della spiegazione causale, ma anche della variabilità (talora, dell’oscurità) della trama causale nei contesti caratterizzati da elevata complessità e pluralità di fattori eziologici. È quanto avviene nell’ambito delle scienze naturali, come la medicina oncologica e la biologia.

Ne consegue che, in sede di tutela dei beni giuridici di maggior rilievo individuale e collettivo (diritto alla salute, diritto alla tutela dell’ambiente) in materia di cancerogenesi, tumori professionali, malattie multifattoriali da esposizione all’amianto, da cloruro di vinile monomero o da altre sostanze nocive alla salute umana, l’ambiguità e l’incertezza esplicativa delle leggi di copertura rischiano di condurre alla indecifrabilità delle spiegazioni causali.

Essendo estremamente articolati i contesti causali della materia oncologica, si rende necessaria un’attenta valorizzazione induttiva – unitamente alla dovuta considerazione delle evidenze di tipo biologico-statistico ed epidemiologico – dei dati informativi relativi a ciascun fattore e sostanza potenzialmente cancerogeni.

Avv. Michele Ametrano

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