L’inquinamento luminoso notturno e la sua possibile relazione con il tumore alla tiroide

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L’inquinamento luminoso notturno, oltre a produrre impatti dannosi sugli ecosistemi, può incidere molto negativamente sulla nostra salute, come evidenziato da un recente studio osservazionale pubblicato sulla rivista Cancer

Nella maggior parte dei Paesi sviluppati, le popolazioni residenti sono ormai abituate a vivere sotto un cielo notturno che può risultare anche centinaia di volte più luminoso del normale. Oggi, l’inquinamento luminoso è considerato un problema ambientale globale. 

Questa forma di inquinamento rappresenta un tema meno dibattuto rispetto a quello dell’inquinamento climatico, ma trattasi di un fenomeno alquanto dannoso per l’intero ecosistema e – come in questa sede verrà esposto – per la salute umana.

Per inquinamento luminoso si intende una alterazione della quantità naturale di luce presente nell’ambiente notturno dovuta ad un eccessivo, inappropriato e mal indirizzato utilizzo di luce artificiale, ovvero ogni forma di irradiazione di luce che si disperda al di fuori delle aree cui essa è funzionalmente dedicata e, in particolar modo, nei casi in cui sia orientata oltre il piano dell’orizzonte.

L’inquinamento luminoso è causato – principalmente – dalle emissioni degli impianti di illuminazione esterna non a norma, ossia da quelle fonti che non si limitano ad emettere la giusta quantità di luce necessaria ad un’ottimale visione notturna, ma ne disperdono una quantità superiore (e non necessaria) verso altre direzioni.

Dunque, tale eccesso di luminosità è prodotto da quella percentuale di luce che gli impianti di pubblica illuminazione – evidentemente mal progettati – dirigono verso l’alto anziché verso strade, monumenti, giardini e altri luoghi pubblici.

Ma all’inquinamento luminoso concorre anche la privata illuminazione destinata alle zone industriali ed ai centri commerciali, che sfruttano una sorta di diffusa tolleranza da parte delle amministrazioni locali; ma si pensi anche ai fari delle automobili (talvolta tanto abbaglianti da costituire fonte di pericolo per altri conducenti) ed alle abitazioni private (generalmente illuminate da impianti fuori norma ed obsoleti che producono notevole spreco energetico e, nel contempo, inquinamento luminoso).

Questo fenomeno interessa – oltre ai grandi agglomerati urbani – anche i luoghi caratterizzati da minore densità abitativa, in quanto la luce artificiale riesce a propagarsi a parecchi chilometri di distanza dalla propria sorgente. A contribuire a tale propagazione sono soprattutto le lampade a led, impiegate in misura sempre più diffusa in ragione dei loro ridotti consumi; questi particolari dispositivi trasmettono una luce caratterizzata da componenti bianco-blu, peculiarità che ne comporta un raggio di diffusione molto più ampio (fino a diverse decine di chilometri) rispetto alla luce caratterizzata da componente prevalentemente gialla.

L’inquinamento luminoso in Italia e la disciplina normativa

L’Italia risulta – tra i Paesi membri del G20 – uno dei territori maggiormente colpiti da tale forma di inquinamento. Secondo uno studio pubblicato un paio di anni fa sulla rivista Journal of Environmental Management, il nostro Paese è stato collocato ai primi posti in Europa per lo spreco di luce pro-capite.

Attualmente, non esiste una specifica normativa nazionale che ponga delle limitazioni all’inquinamento luminoso. Soltanto alcune Regioni hanno cercato di porre rimedio a tale lacuna, approvando una serie di leggi locali.

La prima Regione Italiana a legiferare in materia è stata il Veneto (nel 1997), successivamente seguita dalla Valle d’Aosta e da numerose altre; purtroppo, in diversi casi, i testi delle normative locali attualmente vigenti risultano di scarsa comprensione o difficile applicazione e – conseguentemente – di limitata efficacia.

Al riguardo, è opportuno menzionare la nuova norma (di carattere tecnico) UNI 10819:2021 [1] – recante il Titolo: “Luce e illuminazione esterna – grandezze illuminotecniche e procedure di calcolo per la valutazione della dispersione verso l’alto del flusso luminoso” ed entrata in vigore il 18 Marzo 2021 (in sostituzione della precedente norma UNI 10819:1999) – che ha introdotto importanti novità nei criteri di valutazione dell’inquinamento luminoso.

In particolare, la citata norma tecnica considera i sistemi di illuminazione per esterni nelle seguenti aree di applicazione: sistemi di illuminazione dei luoghi di lavoro all’aperto; sistemi di illuminazione stradale; sistemi di illuminazione per esterni di campi e aree sportive; sistemi di illuminazione monumentali e architettonici; sistemi di illuminazione per le aree esterne di edifici residenziali; sistemi di illuminazione per le aree esterne di parchi e giardini.

La norma UNI prende in considerazione anche le insegne luminose e i sistemi pubblicitari illuminati nelle aree esterne e prescrive metodi di calcolo per la valutazione della luce intrusiva emessa dai sistemi di illuminazione stradale e altri sistemi trattati dalla norma medesima, nelle aree pubbliche e private.

Particolarmente rilevanti sono due specifici capitoli della norma UNI: l’uno dedicato alle “verifiche dell’impianto di illuminazione”, concernenti sia la progettazione secondo la nuova norma tecnica, sia il soddisfacimento della normativa cogente riguardante l’inquinamento luminoso (rappresentata – come in precedenza accennato – dalle Leggi Regionali vigenti nei vari territori); l’altro dedicato alla “riduzione dei livelli degli impianti sovradimensionati” (che può contribuire alla riduzione dell’inquinamento luminoso ed al conseguente contenimento dei consumi energetici).

Gli effetti sulla salute umana

Numerosi studi scientifici hanno ampiamente dimostrato che l’inquinamento luminoso – oltre a produrre impatti dannosi sugli ecosistemi – può incidere negativamente sul nostro benessere psico-fisico.

Come è noto, il corpo umano – in virtù del ritmo circadiano – è programmato per una regolare alternanza tra le ore diurne e quelle notturne; ciò comporta che il nostro organismo adotta determinati comportamenti, mantenendo il proprio equilibrio funzionale, in base alla condizione di luce o di buio in cui si trova.

Tuttavia, una eccessiva e prolungata esposizione ad una sorgente di luce artificiale, soprattutto durante la notte, potrebbe recare pregiudizio a tale equilibrio e cagionare effetti deleteri per la salute (depressione, diabete, obesità, indebolimento del sistema immunitario, tumore).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha evidenziato che gli individui esposti in modo costante e prolungato alla luce artificiale – al pari di coloro che lavorano nei turni notturni – sono maggiormente esposti al rischio di tumori, al punto che ha inserito l’inquinamento luminoso tra i fattori considerati “potenzialmente cancerogeni”.

Un ampio studio osservazionale coordinato presso la University of Arkansas for Medical Science – pubblicato quest’anno sulla rivista Cancer – ha evidenziato l’esistenza di una possibile relazione tra il cancro alla tiroide e un’elevata esposizione all’inquinamento luminoso notturno. Lo studio ha preso in esame le storie cliniche di 464.371 persone di età compresa tra i 50 e i 71 anni che – per oltre 12 anni – sono state sottoposte ad un accurato monitoraggio, con particolare attenzione alla loro esposizione alla luce notturna (i cui livelli sono stati misurati con l’ausilio dei dati risultanti dalle immagini satellitari di tutte le zone di residenza dei partecipanti all’indagine). 

Dallo studio è risultata l’esistenza di una possibile associazione tra LAN (Light at Night) e rischio di tumore tiroideo.

Più precisamente, tra i partecipanti all’indagine, 856 hanno ricevuto una diagnosi di tumore alla tiroide (472 donne e 384 uomini), e tra quelli che erano stati maggiormente esposti alla luce artificiale notturna il rischio di ammalarsi è risultato superiore del 55% rispetto ai partecipanti meno esposti ad inquinamento luminoso. La relazione tra luce notturna e rischio di tumore alla tiroide è stata osservata soprattutto per il carcinoma papillare, la forma più frequente di carcinoma tiroideo (che rappresenta circa il 75% dei casi complessivi). Nelle donne, l’associazione è risultata più evidente per forme localizzate di cancro, mentre negli uomini per gli stadi più avanzati di malattia.

Queste le parole di commento del Prof. Qian Xiao, coautore della presente indagine: “Questo studio è osservazionale, cioè non è progettato per stabilire una causalità, quindi non sappiamo dire se realmente livelli più elevati di esposizione alla luce notturna provochino un rischio maggiore di ammalarsi di cancro della tiroide. Tuttavia, viste le prove consolidate a sostegno del ruolo giocato dall’esposizione alla luce notturna nei disturbi del ritmo circadiano, speriamo che il nostro lavoro motiverà chi fa ricerca a studiare ulteriormente la relazione tra LAN e cancro, e altre malattie. Recentemente, in alcune città si sono fatti degli sforzi per ridurre l’inquinamento luminoso e noi riteniamo che si dovrebbe valutare se e in quale misura questi sforzi impattino sulla salute umana”.

[1] Nel quadro della normazione tecnica si distinguono le norme UNI. Trattasi di documenti tecnici – non aventi in sé alcun carattere di obbligatorietà, in quanto caratterizzati da applicazione su base volontaria – che definiscono le caratteristiche (dimensionali, prestazionali, ambientali, di sicurezza et cetera) di un prodotto, processo o servizio, secondo il cosiddetto “stato dell’arte”. Dunque, le norme UNI descrivono e regolamentano i livelli di sicurezza e qualità di molti settori dell’attività produttiva, industriale e del terzo settore. Nel nostro Paese, competente alla loro emanazione è – appunto – l’UNI (Ente Nazionale Italiano di Unificazione), organismo che si compone di soggetti operanti nelle attività di produzione, ricerca e utilizzazione dei prodotti da certificare. Affinché diventi cogente, una norma UNI deve essere specificamente indicata da un’apposita legge che ne sancisca espressamente l’obbligatorietà, con l’indicazione dei destinatari e del relativo campo di applicazione. Le norme di carattere tecnico svolgono un’importante funzione di supporto alla legislazione; pertanto, le prescrizioni di legge possono trovare una concreta declinazione nelle norme tecniche che contribuiscono – in modo alquanto efficace – alla razionalizzazione e all’aggiornamento dell’intero corpus legislativo.

Avv. Michele Ametrano

Fonti:


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