Uno stile di vita sano può proteggere gli uomini ad alto rischio genetico da forme letali di tumore prostatico

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Uno studio osservazionale condotto negli Stati Uniti ha evidenziato che l’adozione di comportamenti sani può ridurre le probabilità di incorrere in forme particolarmente aggressive di tumore alla prostata negli uomini che presentano un alto rischio genetico di sviluppare tale neoplasia

Nei Paesi Occidentali, il tumore alla prostata è ormai diventato il cancro più frequente nella popolazione maschile adulta. In Italia, nel 2020, ne sono stati diagnosticati oltre 36mila nuovi casi. 

Comunque, a fronte della sua considerevole diffusione, trattasi di una neoplasia che – grazie alla prevenzione ed ai progressi compiuti nelle attività di ricerca – presenta una elevata percentuale di sopravvivenza, peraltro in costante e sensibile crescita. A tale confortante tendenza, fanno purtroppo eccezione alcune sue forme particolarmente aggressive e maligne, tra le quali vanno annoverate quelle caratterizzate da fattori di rischio ereditari.

Un recente studio osservazionale condotto negli Stati Uniti – presentato all’American Association for Cancer Research (AACR) Annual Meeting 2021 e pubblicato nella rivista Cancer Research – ha posto in evidenza che l’adozione di abitudini e comportamenti sani può ridurre le probabilità di incorrere in forme particolarmente aggressive di tumore alla prostata negli uomini che presentano un elevato rischio genetico di sviluppare questa neoplasia.

In effetti, sono soprattutto i fattori genetici ad incidere in misura significativa sul rischio di sviluppare una forma grave di cancro alla prostata.

Lo studio citato ha coinvolto 10.443 partecipanti inseriti nell’Health Professionals Follow-up Study, che sono stati classificati in diversi gruppi in base al loro rischio genetico di contrarre il tumore prostatico, attraverso la determinazione di un “punteggio di rischio poligenico” [1].

Il team di ricercatori ha preso in considerazione e valutato una serie di fattori caratterizzanti i diversi stili di vita dei partecipanti, quali il peso corporeo, l’attività fisica, la dipendenza dal fumo, il consumo di pomodoro e pesce (ritenuto salutare), l’assunzione di carne lavorata (ritenuta, invece, meno salutare al crescere delle quantità assunte).

Quindi, si è proceduto alla valutazione dell’incidenza di tumore prostatico in termini assoluti o nella forma letale, considerando – in questo caso – una malattia metastatica o la mortalità specifica per il cancro. Su 2111 casi di tumore prostatico (individuati nel periodo di follow-up medio di 18 anni) e 238 casi di tumore prostatico mortale (durante un follow-up medio di 22 anni), è risultato che gli uomini con i punteggi di rischio poligenico più elevati presentavano un rischio aumentato di 5,4 volte di tumore prostatico in termini assoluti e un rischio aumentato di 3,5 volte di cancro prostatico mortale, rispetto agli uomini con punteggi di rischio poligenico più bassi.

Dallo studio è altresì emerso che proprio tra gli uomini con il più elevato rischio genetico, uno stile di vita contrassegnato da abitudini e comportamenti sani è risultato collegato a un minor rischio di malattia mortale (ma non a un minor rischio di tumore alla prostata in generale).

In particolare, negli uomini con il più elevato rischio genetico, la conduzione di un sano stile di vita è risultato associato a una incidenza cumulativa per l’intera vita di tumore prostatico mortale in una percentuale pari al 3%, inferiore a quella degli uomini con stile di vita meno sano (6%) e simile alla media della popolazione (3%).

In quanto osservazionale, questo studio non consente di porre in relazione diretta ciascuna abitudine individuale con il rischio di contrarre il cancro alla prostata, ma conferma gli effetti benèfici dei comportamenti sani ai fini della prevenzione di questa forma tumorale.

Inoltre, lo studio ha evidenziato l’importanza della sorveglianza attiva con costanti esami di controllo (misurazione del Psa ed ecografie) per gli uomini che hanno avuto precedenti casi familiari di tumore alla prostata, nonché la necessità di un programma di controllo mirato alla individuazione precoce delle forme potenzialmente letali (ma ancora curabili).

La Professoressa Anna Plym, coautrice dello studio, si è espressa con le seguenti parole: “La riduzione del rischio di una forma grave e potenzialmente letale della malattia in coloro che seguono uno stile di vita sano suggerisce che anche una predisposizione genetica ad ammalarsi di un cancro alla prostata particolarmente aggressivo può essere compensata. Inoltre, i risultati dello studio lasciano ipotizzare che il punteggio di rischio poligenico potrebbe essere usato come parte di uno strumento di stratificazione del rischio per il cancro della prostata”.

[1] Attualmente, gli uomini che rientrano tra le categorie potenzialmente a rischio di tumore prostatico si sottopongono a un esame del sangue per la rilevazione del Psa, ovvero l’antigene prostatico specifico; trattasi di una proteina prodotta dalla prostata che, se presente in quantità eccessive, rappresenta un campanello di allarme per una neoplasia prostatica. Come dimostrato da diversi studi, può risultare determinante l’abbinamento alla rilevazione del Psa di un ulteriore test genetico finalizzato alla ricerca dei marcatori predittivi del rischio di cancro; questo test aggiuntivo viene effettuato su un campione di sangue per valutare numerose varianti geniche. Sulla base di queste ulteriori analisi si crea successivamente una sorta di “punteggio di rischio poligenico” che può contribuire a prevedere il rischio di un individuo di sviluppare determinate malattie, tra le quali – appunto – il tumore alla prostata.

Avv. Michele Ametrano

Fonti:


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