La concentrazione di radon negli ambienti chiusi e il rischio di tumore polmonare

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Il radon è un gas radioattivo presente nel suolo, nei materiali da costruzione e nell’acqua. Si disperde rapidamente all’aperto, ma nei luoghi chiusi si accumula, raggiungendo concentrazioni potenzialmente cancerogene

Il suolo terrestre contiene numerosi elementi radioattivi la cui diffusione è assai variabile di zona in zona. Tali radiazioni possono arrivare al nostro organismo – attraverso l’aria, il cibo e l’acqua – cagionando effetti dannosi.

La fonte di radiazione terrestre che incide maggiormente sulla salute umana è costituita dal radon (simbolo Rn e numero atomico 86), un gas inerte e radioattivo di origine naturale. Trattasi di un prodotto del decadimento nucleare del radio, all’interno della catena di decadimento dell’uranio. Il suo isotopo [1] più stabile è il radon-222 che decade in pochi giorni, emettendo radiazioni ionizzanti [2] di tipo alfa e formando i suoi prodotti di decadimento, tra cui il polonio-218 e il polonio-214 che emettono a loro volta radiazioni alfa. Il radon non è percepibile dai nostri sensi, in quanto è inodore, incolore e insapore.

La radioattività del radon viene misurata in Becquerel (Bq), unità di misura corrispondente alla trasformazione di un nucleo atomico al secondo. La concentrazione nell’aria viene espressa in Bq/metro cubo (disintegrazioni al secondo per metro cubo), indicando il numero di trasformazioni al secondo che si verificano in un metro cubo d’aria.

Dove si trova il radon

Il radon è presente nell’intera crosta terrestre, si può trovare – in quantità variabile – nei suoli delle zone granitiche, nelle rocce (o nelle pareti rocciose di grotte), ma anche nelle acque di montagna. Il suolo è la principale sorgente del radon, che può insinuarsi negli edifici e negli ambienti chiusi, raggiungendo concentrazioni tali da costituire un serio rischio per la salute, soprattutto per le persone che trascorrono molto tempo ai piani più bassi.

Il radon è altresì presente nei materiali edili derivanti da rocce vulcaniche, estratti da cave o derivanti da lavorazione dei terreni. Trattandosi di un gas, il radon può spostarsi e sfuggire dalle porosità del terreno, disperdendosi nell’aria o nell’acqua. Grazie alla sua notevole dispersione in atmosfera, la concentrazione di radon all’aperto non raggiunge mai livelli particolarmente elevati; tuttavia, negli ambienti chiusi (abitazioni, uffici, scuole) può arrivare ad alti valori – nell’ordine di centinaia o, più raramente, migliaia di Bq/metro cubo – che possono comportare un rilevante rischio per la salute umana, in particolar misura per gli individui fumatori.

Negli ambienti chiusi, la concentrazione di radon è più elevata nei casi in cui l’edificio è situato su un terreno granitico o vulcanico (o vicino a vulcani, attivi o spenti) o su terreni ricchi di tufo, comunica (mediante botole, scale e canne fumarie) con locali interrati o seminterrati non bene areati, oppure è stato costruito utilizzando argille contenenti alluminio, granito, tufo, porfido, basalto, pietre laviche, pozzolane, cementi di origine pozzolanica, gessi chimici, ceramiche, legnami provenienti dall’Europa orientale o cementi prodotti con scorie di alto forno (o con materiali contaminati).

Questo elemento migra dal suolo o dai materiali da costruzione e penetra all’interno degli edifici, attraverso le fessure, le intercapedini e gli attacchi delle pareti al pavimento, nonché i condotti e le tubazioni dei vari impianti (idraulico, elettrico e termico). Ne consegue che i livelli di concentrazione del radon risultano generalmente più elevati nelle cantine e nei piani bassi. Inoltre, è nota la relazione intercorrente tra la presenza di radon e gli ambienti chiusi afflitti da problemi di umidità (circostanza che rende opportuna l’adozione di interventi volti ad isolare le abitazioni dal terreno al fine di evitare tale contaminazione).

Comunque, oltre alle forti variazioni dovute ai cambiamenti delle condizioni meteorologiche, all’alternanza del giorno e delle notte e dei cicli stagionali, possono riscontrarsi concentrazioni assai differenti anche tra edifici confinanti. In considerazione di tali fluttuazioni, al fine di ottenere un calcolo preciso della concentrazione media di radon in un edificio è opportuno procedere a una misurazione di durata annuale. La misurazione avviene mediante un apposito dispositivo contenente un materiale sensibile alle particelle alfa emesse durante il processo di decadimento del radon; il numero di tracce rilevate su tale materiale è proporzionale alla concentrazione del gas nell’ambiente.

I danni del radon alla salute

Se viene inalato, il radon può costituire un gravissimo pericolo per la salute umana, in quanto le particelle alfa possono danneggiare il DNA delle cellule e causare il cancro polmonare. Infatti, quando è inalato, il radon si deposita sulle pareti dell’apparato respiratorio, irraggiando le cellule dei bronchi. Questo può provocare trasformazioni cellulari che portano allo sviluppo del tumore al polmone. Si stima che il radon sia responsabile di una percentuale compresa tra il 3 e il 14 per cento di tutti i tumori polmonari.

Dunque, il principale danno per la salute umana collegato all’esposizione al radon (l’unico documentato da evidenze epidemiologiche) è un aumento statisticamente significativo del rischio di tumore polmonare.

A livello mondiale, il radon è considerato il contaminante radioattivo più pericoloso negli ambienti chiusi; inoltre, è stato valutato che il 50% circa dell’esposizione media delle persone a radiazioni ionizzanti è dovuto al radon.

In realtà, il pericolo per la salute umana deriva non tanto dal radon in sé, quanto dai suoi prodotti di decadimento i quali, essendo elettricamente carichi, si attaccano al particolato dell’aria, penetrando nel nostro organismo attraverso le vie respiratorie. La maggior parte del radon che inaliamo viene espirata prima che decada, ma una piccola quantità si trasferisce nei polmoni, nel sangue e, quindi, negli altri organi. Come già accennato, quando questi prodotti di decadimento aderiscono alla superficie dei tessuti polmonari, continuano a decadere e ad emettere particelle alfa che irraggiano soprattutto le cellule dei bronchi e possono – direttamente o indirettamente – danneggiare il DNA delle cellule. Nel caso in cui il danno non venga riparato dagli appositi meccanismi biologici e cellulari, esso può evolversi dando origine a un processo cancerogeno.

Il radon può essere presente anche nell’acqua potabile, con una concentrazione molto variabile in termini spaziali e temporali, e può costituire – seppur in misura limitata – una fonte di esposizione dello stomaco a radiazioni ionizzanti.

Per la maggior parte delle persone, la principale esposizione al radon avviene nelle abitazioni (cantine, garage e piani bassi), nelle scuole e nei luoghi di lavoro. La concentrazione dipende dalla quantità di uranio (da cui deriva il radon) presente nel terreno sottostante l’edificio.

Da alcuni studi è inoltre emerso che l’esposizione al radon potrebbe essere associata all’insorgenza di altre neoplasie, come la leucemia, in particolare nei bambini. Ma sono necessarie ulteriori ricerche per confermare questa correlazione.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, attraverso l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, ha classificato fin dal 1988 il radon appartenente al gruppo 1 delle sostanze cancerogene per l’essere umano.

Nel successivo ventennio, i risultati di numerosi studi epidemiologici hanno evidenziato il rischio di tumore polmonare associato all’esposizione del radon negli edifici.

Quindi, l’OMS – nell’ambito del progetto “International Radon Project” cha ha coinvolto oltre 100 esperti di 35 Nazioni di ogni continente – ha pubblicato nel 2009 il documento “WHO Handbook on Indoor Radon. A Public Health Perspective” dal quale è emerso che il radon provoca un aumento del rischio di tumore polmonare statisticamente significativo anche per esposizioni relativamente basse e interagisce con il fumo di sigaretta, esponendo ad un più elevato rischio di cancro al polmone i soggetti consumatori di tabacco. Il medesimo documento ha raccomandato l’adozione da parte di tutte le Nazioni di un livello di riferimento di 100 Bq/metro cubo o comunque non superiore a 300 Bq/metro cubo.

Il citato rapporto dell’OMS ha avuto un notevole impatto nel processo di revisione delle normative internazionali.

Normativa europea e italiana

Per quanto riguarda la normativa in Europa, un livello di riferimento non superiore a 300 Bq/metro cubo è stato inserito nella Direttiva 2013/59/Euratom del Consiglio Europeo del 5 Dicembre 2013 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale Europea del 17 Gennaio 2014) disciplinante le “Norme fondamentali di sicurezza relative alla protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti” che ha previsto una riduzione dei livelli di riferimento di radon negli ambienti di lavoro, prendendo in considerazione anche gli ambienti residenziali.

Quanto all’Italia, è entrato in vigore il 27 Agosto 2020 – con notevole ritardo, costato al nostro Paese un deferimento alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per mancato tempestivo recepimento della relativa normativa – il Decreto Legislativo del 31 Luglio 2020 n. 101 che ha recepito la Direttiva 2013/59/Euratom.

In particolare, tra i vari ambiti di applicazione del Decreto 2020/101 è testualmente previsto il riferimento “alla esposizione dei lavoratori o di individui della popolazione al radon in ambienti chiusi, all’esposizione esterna dovuta ai materiali da costruzione e ai casi di esposizione prolungata dovuta agli effetti di un’emergenza o di un’attività umana del passato” (Articolo 2, comma 1 lettera g).

Il Decreto 2020/101 prevede, entro dodici mesi dalla sua entrata in vigore, l’adozione di un Piano nazionale d’azione per il radon, concernente i rischi di lungo termine dovuti all’esposizione al radon. Testualmente è stabilito che “Il Piano si basa sul principio di ottimizzazione e individua: a) le strategie, i criteri e le modalità di intervento per prevenire e ridurre i rischi di lungo termine dovuti all’esposizione al radon nelle abitazioni, negli edifici pubblici e nei luoghi di lavoro, anche di nuova costruzione, per qualsiasi fonte di radon, sia essa il suolo, i materiali da costruzione o l’acqua; b) i criteri per la classificazione delle zone in cui si prevede che la concentrazione di radon come media annua superi il livello di riferimento nazionale in un numero significativo di edifici; c) le regole tecniche e i criteri di realizzazione di misure per prevenire l’ingresso del radon negli edifici di nuova costruzione nonché degli interventi di ristrutturazione su edifici esistenti che coinvolgono l’attacco a terra (…); d) gli indicatori di efficacia delle azioni pianificate. (…) Il Piano è aggiornato con cadenza almeno decennale” (Articolo 10, commi 1, 2 e 4).

Inoltre, il Decreto 2020/101 dispone espressamente che “I livelli massimi di riferimento per le abitazioni e i luoghi di lavoro, espressi in termini di valore medio annuo della concentrazione di attività di radon in aria, sono di seguito indicati: a) 300 Bq/metro cubo in termini di concentrazione media annua di attività di radon in aria per le abitazioni esistenti; b) 200 Bq/metro cubo in termini di concentrazione media annua di attività di radon in aria per abitazioni costruite dopo il 31 Dicembre 2024; c) 300 Bq/metro cubo in termini di concentrazione media annua di attività di radon in aria per i luoghi di lavoro (…)” (Articolo 12, comma 1).

Comunque, il Decreto 2020/101 prevede la possibilità di individuare “livelli di riferimento inferiori, anche differenziati in relazione ai diversi usi degli edifici, sulla base delle determinazioni del Piano nazionale e dell’evoluzione degli orientamenti europei e internazionali” (Articolo 12, comma 2).

Nel nostro Paese, le regioni in cui questo elemento è maggiormente concentrato sono la Lombardia, il Lazio, la Campania, il Friuli-Venezia Giulia, il Piemonte, la Toscana, la Valle d’Aosta e il Veneto. Comunque, l’intero territorio nazionale risulta alquanto variegato nonché legato a innumerevoli variabili locali e geologiche, che influiscono sulla valutazione del rischio radon. Pertanto, anche nelle zone caratterizzate generalmente da ridotte concentrazioni, esiste la possibilità che in alcuni edifici sia riscontrabile una presenza molto elevata di radon.

Interventi per limitare la concentrazione negli ambienti chiusi

Pur non essendo possibile eliminare completamente il radon dagli ambienti chiusi, esistono i seguenti diversi accorgimenti che possono ridurne la concentrazione:

  1. Depressurizzazione del suolo, mediante l’installazione – sotto o accanto alla superficie dell’edificio – di un pozzetto per la raccolta del radon, collegato a un ventilatore (in tal modo, si crea una depressione che raccoglie il gas e lo espelle all’esterno dell’edificio).
  2. Pressurizzazione dell’edificio: aumentando la pressione interna si può contrastare la risalita del radon dal suolo.
  3. Miglioramento della ventilazione dell’edificio.

Inoltre, è fondamentale – per gli edifici di nuova costruzione – l’adozione di criteri standard anti-radon, quali il sigillo delle potenziali vie di penetrazione dal suolo o la predisposizione di adeguati accorgimenti che rendano facilmente realizzabile l’eventuale posizionamento di una pompa aspirante.

Dunque è necessario prestare estrema attenzione alla presenza del radon ed ai rischi che ne derivano. La migliore strategia è quella della prevenzione, volta ad evitare che questo gas nocivo penetri e si concentri negli edifici e nelle nostre abitazioni.

[1] In chimica fisica, isotopo è il nome con cui vengono indicati atomi appartenenti al medesimo elemento, con uguale numero di protoni e uguali proprietà chimiche ma che, possedendo un diverso numero di neutroni, hanno differente peso atomico (vale a dire, massa diversa) e sono quindi fisicamente diversi tra loro.

[2] Le radiazioni ionizzanti sono quelle caratterizzate da maggiore energia. Tale connotazione le rende in grado di interagire con la struttura atomica della materia, rimuovendo gli elettroni che orbitano intorno al nucleo e conferendo all’atomo una carica elettrica. Le radiazioni ionizzanti sono le sole considerate cancerogene, in quanto la loro capacità di ionizzare la materia fa sì che possano interagire anche con i tessuti degli esseri viventi. Fanno parte delle radiazioni ionizzanti: i raggi X, i raggi gamma, le particelle alfa e le particelle beta. Anche una limitata porzione di raggi ultravioletti (quelli più vicini per lunghezza d’onda ai raggi X, provenienti dal sole o da altre fonti) ha proprietà ionizzanti. 

Avv. Michele Ametrano

Fonti:


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