Gli effetti nocivi del fumo passivo e le restrizioni normative

Il fumo passivo è inserito nella lista degli agenti cancerogeni compilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e costituisce il principale fattore inquinante degli ambienti chiusi, rappresentando un grave rischio per la salute degli individui non fumatori

Da diversi anni, il “fumo passivo” è inserito nella lista degli agenti cancerogeni compilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), e risulta ormai comprovato che non esistono soglie al di sotto delle quali l’esposizione ad esso non comporti rischi per la salute. Dunque, ad essere colpiti dagli effetti nocivi del fumo di tabacco sono – oltre ai fumatori – anche quanti sono costretti a subire la pericolosa abitudine loro imposta da persone assai poco rispettose dell’altrui benessere.

Ormai considerato un problema globale, il fumo passivo è il principale fattore inquinante degli ambienti chiusi e – come dimostrato da numerose ricerche scientifiche – rappresenta un grave fattore di rischio per la salute degli individui non fumatori, in particolar modo per le donne in gravidanza e per i bambini.

Con l’espressione “fumo passivo” – definito anche “fumo di seconda mano” (Second Hand Smoke) – si intende il fumo di tabacco disperso in un ambiente ed inalato da individui non fumatori, a seguito del consumo di sigarette, sigari o pipe da parte di terzi fumatori.

Più precisamente, è fumo passivo tanto quello prodotto dalla combustione lenta di sigarette, sigari o pipe, quanto quello prodotto dall’espirazione del fumo da parte del fumatore. La medesima espressione è adoperata anche in riferimento all’esposizione dei nascituri – nell’utero – al sangue materno contaminato (a causa delle sigarette fumate dalla madre durante la gravidanza o della esposizione della madre incinta non fumatrice al fumo passivo prodotto da terzi fumatori).

L’esposizione al fumo passivo comporta l’inevitabile inalazione di numerose sostanze cancerogene (come benzene, nitrosamine e idrocarburi policiclici), unitamente ad ulteriori componenti irritanti e allergenici nonché a svariati gas tossici sprigionati dalla combustione del tabacco che si introducono nell’organismo dei soggetti non fumatori, quasi nelle medesime quantità assorbite dai fumatori.

Un importante rapporto del Department of Health and Human Services negli Stati Uniti ha sottolineato come anche una breve esposizione al fumo passivo costituisca un grave pericolo per la salute dei non fumatori, la cui protezione non può prescindere dalla completa eliminazione del fumo all’interno degli ambienti chiusi.

Secondo il citato documento, l’esposizione al fumo passivo produce immediati effetti avversi sul sistema cardiovascolare (con aumento delle probabilità di andare incontro a drammatici eventi, quali infarto del miocardio, ischemia cardiaca e ictus) e sul sistema respiratorio (contribuendo in misura significativa alla manifestazione dei sintomi di broncopneumopatia cronica ostruttiva), oltre a costituire grave fattore di rischio di cancro polmonare.

Inoltre, il fumo passivo è considerato un possibile fattore di rischio per il cancro della cervice uterina e dei seni nasali, nonché per la leucemia e tutte le forme di cancro infantile. In particolare per i bambini, l’esposizione al fumo passivo comporta – tra le innumerevoli conseguenze – un rischio aumentato di sindrome della morte improvvisa del neonato (al riguardo, il fumo materno durante la gravidanza è considerato la causa principale di tale sindrome), infezioni all’orecchio e attacchi d’asma.

Di relativamente recente coniazione da parte della comunità scientifica è l’espressione “fumo di terza mano” (Third Hand Smoke), che si riferisce alla altrettanto pericolosa contaminazione con sostanze provenienti dalla combustione del tabacco rimaste negli ambienti frequentati dai fumatori (case, locali pubblici, uffici, auto) oppure su capelli o vestiti dei non fumatori, successivamente allo spegnimento di sigaretta, sigaro o pipa.

Nello specifico, trattasi di una miscela altamente tossica di gas e particelle, che permane a lungo attaccata a pelle, capelli e abiti del non fumatore oltre che a rivestimenti, tende, mobili, suppellettili e tappeti, anche quando il fumo di seconda mano non risulta più presente in un locale; infatti, può essere rilevato in polvere e superfici di ambienti chiusi, fino a due mesi seguenti alla avvenuta presenza di un fumatore. Le persone non fumatrici possono essere esposte al fumo di terza mano per inalazione, ingestione o contatto epidermico. Il passaggio dell’aspirapolvere o la ventilazione non risultano pienamente efficaci alla riduzione della relativa contaminazione.

Come è emerso da uno studio pubblicato sulla rivista “JAMA Network Open – che ha riportato i risultati di un esperimento in cui è stato analizzato il contenuto dei nasi di quattro individui non fumatori sani, esposti al fumo di terzo mano per tre ore in un apposito laboratorio presso l’Università della California a Riverside – questa tipologia di fumo può essere inalata senza che i non fumatori se ne accorgano.

In particolare, sequenziando l’RNA (acido ribonucleico) delle sostanze prelevate dal naso degli individui sottoposti all’esperimento, i ricercatori hanno rilevato una significativa alterazione dell’espressione genica nell’epitelio nasale. Da tale studio è emerso che 382 geni sono risultati “significativamente sovra-espressi” nel naso di persone (non fumatrici e neanche esposte al fumo passivo di seconda mano) che si sono semplicemente trovate in un ambiente in cui altre persone avevano in precedenza fumato. Per meglio comprendere e riflettere sugli esiti di tale ricerca, va altresì evidenziato che nel corso dell’esperimento non sono stati eseguiti controlli all’altra via di esposizione al fumo di terza mano, ossia il contatto epidermico.

È opportuno rammentare che il fumo di terza mano interessa anche gli ambienti “smoke-free” (ad esempio, i mezzi di trasporto pubblici e le aule scolastiche) e costituisce un serio problema di salute pubblica, riguardando l’intera comunità e in particolar modo gli individui più vulnerabili.

Molte delle componenti presenti nel fumo di terza mano – al pari di quelle individuate nel fumo di seconda mano – sono da ritenersi gravemente cancerogene, e ad esse sono particolarmente esposti i bambini piccoli avvezzi a giocare sul pavimento i quali possono ritrovarsi facilmente sulle mani tali sostanze nocive e ingerirle inconsapevolmente.

In Europa, la prima Nazione a regolamentare il fumo in tutti gli ambienti chiusi pubblici e privati, compresi i luoghi di lavoro e le strutture del settore dell’ospitalità, è stata proprio l’Italia, con la Legge del 16 Gennaio 2003 n. 3 recante “Disposizioni ordinamentali in materia di pubblica amministrazione” (nota come “Legge Sirchia” ed entrata in vigore il 10 Gennaio 2005), considerata un modello di efficace intervento nel campo della salute pubblica.

In particolare, l’articolo 51 della legge citata (intitolato “Tutela della salute dei non fumatori”) definisce la misure che servono ad eliminare l’esposizione al fumo passivo negli ambienti al chiuso all’interno dei luoghi di lavoro e dei locali pubblici, estendendo il divieto di fumo a tutti i locali chiusi, pubblici e privati (bar, ristoranti, esercizi commerciali, studi professionali e uffici privati) e stabilendo il principio che non fumare, negli ambienti al chiuso, costituisce la regola.

Invece, secondo la legge citata, fumare nei locali chiusi costituisce l’eccezione. Dunque, oltre che nei locali privati non aperti ad utenti o al pubblico, è possibile fumare unicamente in locali riservati ai fumatori e come tali contrassegnati. Questi ultimi locali (esercizi o luoghi di lavoro) devono essere dotati di impianti per la ventilazione ed il ricambio di aria regolarmente funzionanti, aventi le caratteristiche tecniche fissate con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 23 Dicembre 2003.

Una ulteriore restrizione all’articolo 51 della legge citata è stata imposta dal Decreto Legislativo del 12 Gennaio 2016 n. 6 che – recependo la Direttiva Europea 2014/40/UE – ha esteso il divieto di fumo “alle pertinenze esterne delle strutture universitarie ospedaliere, presidi ospedalieri e IRCCS pediatrici e alle pertinenze esterne dei reparti di ginecologia e ostetricia, neonatologia e pediatria delle strutture universitarie ospedaliere e dei presidi ospedalieri e degli IRCCS” nonché “al conducente di autoveicoli, in sosta o in movimento, e ai passeggeri a bordo degli stessi autoveicoli in presenza di minori di anni diciotto e di donne in stato di gravidanza”.

Negli ultimi anni, altri Paesi in Europa e nel resto del mondo hanno introdotto legislazioni dirette a contrastare gli effetti del fumo passivo, in alcuni casi ancor più restrittive (ad esempio, non prevedendo la possibilità di allestire sale riservate esclusivamente ai fumatori, oppure estendendo il divieto di fumo anche in spazi all’aperto).

Sicuramente, l’applicazione della “Legge Sirchia” in Italia ha contribuito a sensibilizzare la popolazione in merito ai danni provocati dal fumo passivo. In verità, già al tempo della sua entrata in vigore il 90% dei nostri connazionali si dichiarava favorevole alla creazione di spazi per fumatori nei locali pubblici e al divieto di fumare al di fuori di essi.

Oggi, trascorsi quindici anni dall’entrata in vigore della legge, il rispetto del divieto di fumo nei luoghi chiusi è diventato un comportamento adottato nella maggior parte dei casi sull’intero territorio nazionale; infatti, secondo i dati “PASSI” (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia) relativi al 2018, il divieto di fumo nei locali pubblici è risultato totalmente rispettato in circa il 73% dei casi.

Purtroppo, il problema della tutela della salute dagli effetti nocivi del fumo passivo è ancora evidente, anche in considerazione della larga diffusione delle sigarette elettroniche, spesso utilizzate anche in ambienti confinati.

Proprio l’introduzione sul mercato dei prodotti alternativi alla sigaretta tradizionale (sigaretta elettronica e prodotti a tabacco riscaldato) ed una legislazione che deve adeguarsi ai nuovi scenari del mercato di questi prodotti stanno ponendo nuovamente in discussione l’educazione al comportamento rispettoso nei confronti dei non fumatori. Infatti, il 62,6% degli utilizzatori di sigaretta elettronica ed il 62% dei fumatori di sigarette a tabacco riscaldato si sentono liberi di utilizzare questi dannosi prodotti negli ambienti chiusi situati all’interno di luoghi pubblici e privati.

Tra l’altro, nel nostro Paese permangono tuttora delle aree di azione sulle quali sarebbero necessari ulteriori interventi di contrasto al fumo passivo, in particolare le abitazioni private (con tutte le ovvie difficoltà di carattere giuridico) e – soprattutto – gli spazi all’aperto, sovente caratterizzati dalla significativa presenza di bambini e adolescenti che sono i soggetti maggiormente vulnerabili rispetto a tale problema.

Avv. Michele Ametrano

FONTI:

  • Department of Health and Human Services–Office on Smoking and Health (USA) – “The Health Consequences of Involuntary Exposure to Tobacco Smoke: A Report of the Surgeon General” (2006)
  • Giovanna L. Pozuelos, Meenakshi S. Kagda, Suzaynn Schick et al. – “Experimental Acute Exposure to Thirdhand Smoke and Changes in the Human Nasal Epithelial Transcriptome: A Randomized Clinical Trial” in JAMA Network Open (2019)

LEGGI ANCHE: L’obesità in età giovanile e l’aumento del rischio di cancro


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