Trattare le metastasi vertebrali con la vertebroplastica

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La vertebroplastica è una terapia poco invasiva che permette ai pazienti oncologici affetti da tumore primario alla spina dorsale o da metastasi vertebrali di migliorare sensibilmente la qualità della loro vita

Come ampiamente dimostrato dalla più recente produzione scientifica in campo oncologico, la cura del cancro non si può esaurire nella restitutio ad integrum e dunque nell’obiettivo di portare la neoplasia alla regressione, ma deve riguardare anche la qualità della vita dell’ammalato e il modo in cui essa debba evitare di essere peggiorata, o dalla malattia stessa o dagli effetti collaterali della terapie. In questo senso, la ricerca sulle cosiddette “terapie di supporto” ha compiuto riguardevoli passi avanti, consentendo ai pazienti di affrontare processi terapeutici sempre meno invasivi.

La vertebroplastica è una delle tante terapie associate al miglioramento della qualità della vita del malato, anche dei pazienti con neoplasie. Si tratta, infatti, di una procedura terapeutica mini-invasiva afferente alla Radiologia Interventistica, che consente di trattare le fratture vertebrali, siano esse causate da osteoporosi (nella maggior parte dei casi) o dalla presenza di tumori primari o metastatici.

Tutti i tumori, infatti, sono in grado di metastatizzare la colonna vertebrale, in particolare quelli che vengono definiti “big killer”, ovvero il tumore primario della mammella, della prostata, del fegato o dei polmoni. Il dolore è il primo e più comune dei sintomi di queste metastasi. Esso può essere progressivo e crescere di intensità compromettendo in modo significativo la qualità della vita del paziente fino – in alcuni casi – a impedirne la deambulazione. Trattare queste metastasi è, dunque, di fondamentale importanza, non solo per il dolore in sé, ma anche per scongiurare complicanze ulteriori come fratture o crolli vertebrali.

Fonte: Istituto Ortopedico Rizzoli. Autore: Dott. Carlo Piovani.
Link: http://www.ior.it/curarsi-al-rizzoli/chirurgia-vertebrale-indirizzo-oncologico-e-degenerativo

La prima vertebroplastica fu effettuata da Hervè Deramond ad Amiens nel 1984, per il trattamento di un angioma espansivo dell’odontoide. In un primo momento prevedeva un accesso chirurgico “a cielo aperto” alle vertebre da trattare, pertanto necessitava di anestesia totale e di tempi lunghi di degenza e di convalescenza. Da allora molti pazienti sono stati trattati per la terapia di lesioni primarie e secondarie. Già nel 2002, negli Stati Uniti vennero effettuate 38.000 vertebroplastiche con un aumento del 28% rispetto all’anno precedente.

Oggi, il trattamento percutaneo da vertebroplastica viene eseguito in anestesia locale ed è, dunque, poco invasivo. Pertanto, è indicato anche per pazienti debilitati, sottoposti a terapie con chemioterapici o radioterapia che non possono essere interrotte. Esso consiste nell’iniezione di pochi millilitri di polimetilmetacrilato (PMMA), un tipo di cemento biocompatibile già da tempo in uso negli interventi ortopedici, attraverso l’introduzione di un ago metallico nella spongiosa dei corpi vertebrali da trattare sotto la guida della TC o della fluoroscopia. Questo cemento si diffonde nella lesione e, consolidandosi in tempi molto brevi, contribuisce a sostenere la struttura dell’osso, determinando la scomparsa del dolore e la stabilizzazione della vertebra fratturata, riducendo anche il rischio di crolli vertebrali.

Proprio la riduzione del rischio di crollo vertebrale fa della vertebroplastica uno dei trattamenti principali nella patologia tumorale vertebrale. La metodica appare quindi di sostegno ai trattamenti chemio e radioterapici, non sempre in grado di ottenere un soddisfacente effetto antalgico, e, soprattutto, meno invasiva della vertebrectomia, un intervento complesso, di tipo radicale, che consiste nell’asportazione della vertebra colpita da tumore e nella sua ricostruzione.

Per quanto riguarda i risultati, la maggior parte dei pazienti che ha usufruito della terapia percutanea da vertebroplastica ha riferito la riduzione o la risoluzione del dolore tra la prima ora e il 14° giorno, con una media di 72 ore; ciò ha consentito – in particolare ai pazienti con osteoporosi – di non indossare più il busto, di ridurre o sospendere l’assunzione di farmaci analgesici e quindi di migliorare la qualità della loro vita. In questo senso, uno studio del 2006 pubblicato sul Giornale Italiano di Ortopedia e Traumatologia evidenzia il netto miglioramento della qualità della vita percepita dai pazienti dopo la vertebroplastica per il trattamento delle fratture vertebrali osteoporotiche da compressione [1].

Nelle vertebre interessate da metastasi, ancora, la vertebroplastica permette di ottenerne rapidamente la stabilizzazione e la riduzione/risoluzione del dolore entro 12-24h dal trattamento nel 96-98% dei casi, anche qui con miglioramento significativo della qualità di vita del paziente. La procedura viene effettuata in day-hospital o al massimo con l’ospedalizzazione di un giorno, evitando pertanto ricoveri prolungati – finora necessari per il trattamento di questi pazienti – con evidenti vantaggi anche in termini di costi per le Aziende Sanitarie.

Proprio le differenze con la terapia tradizionale sono  evidenti tanto nell’efficacia quanto, appunto, in merito al rapporto costi/benefici, inteso sia in termini di risorse, sia in termini di tempo e invasività. Infatti, essa prevede l’immobilizzazione del paziente per un periodo di tempo che va dai 30 ai 60 giorni con l’obiettivo di contenere la frattura. Questo sistema, tuttavia, non elimina il dolore, fortissimo ed invalidante, tanto da richiedere continue somministrazioni di antidolorifici ed espone il paziente al rischio di trombosi venose profonde per la prolungata immobilità.

La vertebroplastica, pur rappresentando un notevole salto in avanti nella terapia delle metastasi vertebrali, non è, però, esente da rischi e/o controindicazioni, sia pure in casi eccezionali e quasi esclusivamente riconducibili alla qualità/avanguardia dei macchinari e alla poca esperienza degli operatori. Possono, infatti, verificarsi piccoli spandimenti di cemento all’esterno del corpo vertebrale e anche all’interno del canale vertebrale e, in circa il 3% dei casi, si può avere una riacutizzazione temporanea del dolore per interessamento delle strutture radicolari. Le complicanze gravi legate alla vertebroplastica sono estremamente rare (<0,1%) e consistono principalmente nell’embolia polmonare, causata da migrazione del cemento nei vasi polmonari, e nella compressione midollare da migrazione del cemento nel canale vertebrale.

Questa pratica – è bene ricordare – non sostituisce le terapie oncologiche standard: viene, infatti, effettuata prima della chemioterapia o della radioterapia, (coadiuvando questi trattamenti per il successo terapeutico) in supporto del successo terapeutico di questi trattamenti. Inoltre, la vertebroplastica è controindicata nei casi di stati settici, fratture con dislocazione del muro posteriore della vertebra con impegno di più del 20% del canale vertebrale, gravi discrasie della coagulazione del sangue, fratture stabilizzate senza dolore.

[1] Nella fattispecie, il risultato clinico è stato valutato confrontando i punteggi pre-operatori con quelli del follow-up ottenuti utilizzando la versione validata in italiano dello Short Form 36 (SF-36), un questionario generico sul livello di qualità della vita, autosomministrato, in grado di analizzare in maniera complessiva lo stato di salute fisica, mentale e psico-sociale, mentre la percezione pre-operatoria e al follow-up dei sintomi (principalmente mal di schiena) è stata confrontata utilizzando una scala visiva analogica (VAS) per il dolore. Fonte: Giornale Italiano di Ortopedia e Traumatologia. Link: https://www.giot.it/wp-content/uploads/2015/06/05massari1.pdf

FONTI:


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