Il rapporto tra l’uomo e l’ecosistema – La normativa vigente in tema di danno ambientale

Ogni proposito rivolto alla protezione della salute dai fattori di rischio, in particolare quelli cancerogeni, non può essere disgiunto dall’attenzione per le tematiche ambientali, nonché dalla consapevole interpretazione delle modalità con cui l’uomo si relaziona con l’ambiente circostante e dalla adozione di adeguati strumenti normativi finalizzati a salvaguardarne l’integrità

 “Accostarsi alla natura con stupore e meraviglia e con il linguaggio della fraternità e della bellezza, non con quello del dominatore, dello sfruttatore o del consumatore” (Enciclica “Laudato si’” di Papa Francesco).

Questa esortazione – espressa con linguaggio universale, capace di travalicare ogni barriera e di giungere nell’animo di ogni individuo – conferisce rinnovata ispirazione e ulteriore forza all’idea che ogni proposito rivolto alla elaborazione di percorsi virtuosi, indirizzati alla promozione del più diffuso benessere e alla protezione della salute dai fattori di rischio (anche quelli cancerogeni) non può essere disgiunto dalla cura per la natura, dall’attenzione per le tematiche ambientali, nonché dalla consapevole interpretazione delle modalità con cui l’uomo si relaziona con l’ambiente circostante e dalla conseguente adozione di adeguati strumenti normativi finalizzati a salvaguardarne l’integrità.

Nel suo significato più diffuso, con il termine “ambiente” si indica l’ecosistema naturale, vale a dire le componenti della biosfera (aria, acqua e suolo), esposte al potenziale pregiudizio da parte dei diversi fattori inquinanti (atmosferico, idrico, del suolo, acustico e radioattivo).

Oggi, in gran parte del globo, nessuna componente della natura è immune dall’intervento umano. Con le sue attività, l’uomo continua ininterrottamente a produrre effetti sulla biosfera che – ormai – vanno ben oltre la capacità di risposta di quest’ultima.

Da tali riflessioni deriva la necessaria considerazione dell’ambiente quale bene giuridico naturale per antonomasia e – in quanto tale – meritevole della massima tutela.

Anche secondo Papa Francesco, a fronte di una “spensierata irresponsabilità” nell’uomo contemporaneo, urge “creare un sistema normativo” al fine di assicurare la protezione degli ecosistemi.

A questo punto, illustriamo brevemente le due concezioni che diversamente connotano l’interazione tra l’uomo e l’ambiente.

La concezione “ecocentrica” dell’ecosistema delinea il principio di responsabilità assoluta dell’uomo nei confronti dell’ambiente. Secondo tale prospettiva, l’ambiente costituisce un bene indisponibile e la sua titolarità è attribuita alle future generazioni, verso le quali l’uomo del presente è obbligato a consegnarlo nella sua integrità, finanche migliorato; ciò nell’implicita premessa che, in tale materia, il progresso si sostanzia nella protezione dell’ambiente dall’azione perturbatrice dell’uomo e, possibilmente, nella rimozione degli effetti conseguenti agli interventi modificativi già realizzati.

Questa impostazione colloca l’ambiente in posizione preminente rispetto a qualsiasi altro interesse, rendendolo meritevole di un’azione conservativa da parte delle discipline giuridiche. In particolare, il diritto, muovendo da valutazioni scientifiche ma estendendosi anche oltre di esse, sanziona in via anticipata le condotte pericolose per l’ambiente sulla base di presunzioni di pericolo. Secondo recenti interpretazioni, sarebbe quest’ultimo il contenuto precettivo del principio di precauzione (articolo 174 Trattato CEE) il quale imporrebbe l’interdizione delle attività i cui fattori di rischio per l’ambiente, benché non scientificamente provati, non possono nemmeno escludersi.

In verità, alla luce delle legislazioni vigenti nella maggioranza dei Paesi Europei, la disciplina giuridica dell’ambiente muove dalla diversa concezione “antropocentrica” dell’ecosistema naturale, che individua nell’ambiente una fondamentale condizione per la piena realizzazione dell’uomo. Ne discende il riconoscimento all’uomo di poteri di intervento sulla natura, sul presupposto che l’umanità non è estranea alla natura, ma ne costituisce parte integrante, contribuendone all’evoluzione.

Sul piano giuridico, la liceità morale dell’azione umana sulla natura si esplica in diritti di intervento, disciplinati – in primis – dal diritto amministrativo, in ragione della loro inconciliabilità con generali interessi, tra i quali primeggia l’interesse collettivo alla conservazione dell’ecosistema naturale, quale valore bilanciabile con altri interessi concorrenti. Si pensi allo svolgimento delle attività produttive che, più di ogni altro diritto di libertà, entra variamente in conflitto con l’interesse a un ambiente salubre (al riguardo, emblematiche in Italia le annose e tormentate vicende dei progetti di bonifica e riconversione dell’area ex ITALSIDER di Bagnoli e dello stabilimento ILVA di Taranto).

In sintesi, al diritto della collettività all’immutabilità della natura (concezione ecocentrica dell’ambiente), viene a sostituirsi il diritto alla salubrità della natura (concezione antropocentrica dell’ambiente).

Tanto premesso, nell’Ordinamento giuridico italiano, sino alle modifiche introdotte dall’articolo 3 della Legge Costituzionale n. 3 del 18 Ottobre 2001, che ha espressamente previsto tra le materie di competenza esclusiva dello Stato la “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali” (articolo 117 lettera s della Costituzione), gli unici riferimenti della Carta Costituzionale all’ambiente erano contenuti nell’articolo 9 con riguardo alla “tutela del paesaggio”, e nell’articolo 32 con riguardo alla tutela di un “diritto a un ambiente salubre”.

Con il Decreto Legislativo n. 15/2006 e successive modifiche e integrazioni, intitolato “Norme in materia di tutela risarcitoria contro i danni all’ambiente” (noto come “Testo Unico Ambientale”) ha trovato attuazione la Direttiva Europea n. 35/2004 sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno.

Successivamente, la Legge n. 68/2015 ha recepito la Direttiva Europea n. 99/2008, introducendo in Italia la riforma dei reati ambientali. In particolare, questa legge ha introdotto nel nostro codice penale cinque nuove figure delittuose: inquinamento ambientale, disastro ambientale, traffico e abbandono di materiali ad alta radioattività, impedimento del controllo e omessa bonifica. La normativa in questione ha inoltre previsto una serie di ulteriori misure quali il raddoppio dei termini di prescrizione per i nuovi reati, la confisca anche per equivalente, l’obbligo del condannato al recupero o al ripristino dello stato dei luoghi, l’obbligo a carico del Procuratore della Repubblica procedente di rendere notizia delle indagini al Procuratore Nazionale Antimafia.

In tal modo, si è dotato lo Stato di un importante strumento di contrasto nei confronti dell’illegalità, in un contesto in cui la criminalità ambientale ha raggiunto livelli allarmanti, con danni incalcolabili in termini di inquinamento diffuso e di moltiplicazione incontrollata di agenti patogeni e cancerogeni.

Secondo i dati raccolti da Legambiente, in Italia sono consumati annualmente oltre trentamila illeciti ambientali per un giro di affari stimato in circa quindici miliardi di euro (gestiti da circa trecento clan mafiosi coinvolti), tra illeciti che si riferiscono al mercato illegale e illeciti che si riferiscono ad investimenti pubblici a rischio. La gran parte di questi illeciti viene commessa nelle regioni a più elevata densità di criminalità organizzata.

Con il Decreto Legislativo n. 21/2018 è stata trasferita nel codice penale la fattispecie criminosa del “traffico illecito di rifiuti”, inizialmente disciplinata nel già citato Testo Unico Ambientale.

Lo smaltimento illegale di rifiuti industriali costituisce il più pericoloso campo di attività delle ecomafie, nonché uno tra i più redditizi business illegali. Anziché essere smaltiti in regime di sicurezza ambientale e sanitaria, i rifiuti speciali vengono gestiti dalle mafie e spesso dispersi nell’ambiente, arrecando gravissimi danni all’ecosistema e minacciando la salute dei cittadini in termini di incremento del rischio di cancro.

Una piena ed efficace attuazione della nuova normativa sugli eco-delitti richiede lo stanziamento di risorse finanziarie e organizzative, con particolare riguardo all’efficientamento degli uffici giudiziari competenti, ma anche al potenziamento del personale di polizia giudiziaria e al personale impiegato presso le agenzie regionali per la protezione ambientale.

Ovviamente, per il buon esito di tale strategia, non si può prescindere dal fondamentale apporto del mondo della cultura, in tutte le sue espressioni (istituzionali e privatistiche), che può contribuire alla formazione di una sempre più diffusa, condivisa e partecipata coscienza della legalità, proiettata al rispetto dell’ambiente e alla cura per la salute.

Avv. Michele Ametrano


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